L’ultimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno.
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Mi sveglio. Tardi. Non ho il tempo di fare l’appello tra quello che funziona e quello che non funziona. Non importa, tanto, come sempre ultimamente, sarà mio marito ad accompagnarmi. Se mi accorgerò di stare male potrò sempre prendere la pillola magica, che non sempre serve, ma che solitamente almeno un po’ mi aiuta.
Facciamo colazione, in fretta perché è tardi.
Partiamo.
Arriviamo e… non c’è nessuno. La sala d’aspetto è vuota. Ho conosciuto un po’ di persone in queste sei settimane e ci tenevo a salutarle. Invece non ci sono. Sono molto delusa, non lo nego.
Aspettiamo e arriva la prima coppia. È il marito che è in cura, e la moglie lo accompagna. Sono davvero felice di vederli, ma quello a cui tenevo di più ancora non si vede.
È un signore che avrà una sessantina danni, o forse una cinquantina portati male. Ha i capelli brizzolati a caschetto, il viso tondo, abiti casual gli ricadono addosso sul corpo magrissimo e non tanto alto. Mi saluta sempre, anzi, ci salutiamo sempre. Ha l’espressione molto dolce e un paio di piccoli tatuaggi sulla mano sinistra. Impossibile sapere il suo nome, qui siamo tutti numeri; ed è impossibile conoscere la sua storia perché lui non può parlare: ha il collo sottile come quelli che vengono operati alla gola a causa di tumori. Ha sempre una sciarpetta attorno al collo quando arriva, e se la mette quando deve andare via, ma qui la toglie, non ha senso nascondersi qui, siamo tutti uguali, abbiamo tutti “quel problema”.
Però anche tra di noi ci sono quelli più fortunati e quelli meno fortunati e lo so, io lo so, che la gente davanti alla sofferenza, la morte, le sentenze, non sa come comportarsi, quindi quel signore lì lo salutano ma non lo “coinvolgono”. Certo, c’è poco da coinvolgere: non può parlare, ma c’è modo e modo di salutare, di incontrarsi, di scambiarsi quei pochi attimi di vita in sala d’attesa. E io l’ho sempre coinvolto, perché l’ho sempre salutato come se potesse rispondermi, perché qualche volta gli ho chiesto come andava e, a modo suo, facendo “così così” con la mano, mi ha risposto. Gli ho sempre sorriso col cuore aperto. Lo sentivo simile a me, lo sentivo vicino e in tutte queste sei settimane ho cercato, con un semplice saluto, di farglielo capire.
Mi fanno entrare, ma qualcosa non va nella macchina, deve venire il fisico, quindi mi fanno rivestire, mi fanno riuscire e mi fanno aspettare ancora.
E io esco, mi metto a parlare con la moglie del signore di cui ormai conosco la cartella clinica completa e finalmente arriva! E allora, ecco, non perdo tempo.
– Buongiorno! Quante gliene mancano? – Chiedo
Mi fa il gesto del numero uno con la mano e mi guarda fissa negli occhi, sempre sorridendo.
– Cioè oggi è l’ultima o deve tornare domani?
Mi fa il segno della ripetizione con le due mani.
– Ah be’, ma allora ormai anche lei è in dirittura d’arrivo! Io finisco oggi invece, non ci vediamo più. Come sta andando?
Mi parla, senza voce ma mi parla. Mi indica la schiena e mi dice, afono, “brucia” e accompagna questo mimo con uno sguardo molto triste.
– Eh la pelle! Lo so, può fare così. Lo fa nella schiena? Sono i polmoni?
Annuisce, triste.
Poi lo fanno entrare, fa la terapia, non dura mai molto, quindi esce che io sono ancora lì che aspetto il mio turno, chissà che fine ha fatto il fisico.
Si riveste. Lo guardo.
Si mette la giacca e la sua sciarpina poi si volta verso di noi.
“Auguri” mima con le labbra.
– Tanti auguri a lei! – E gli faccio il sorriso migliore che possa scovare in me.
Mi manda un bacio con la mano e se ne va e in quel momento so che non lo rivedrò mai più.
Ecco, questo l’ultimo giorno di radioterapia.
Cadorago, 6 dicembre 2016