La mia esperienza con una casa editrice: fatti, non impressioni

Pubblicare un libro dovrebbe essere un percorso lineare: un contratto chiaro, condizioni definite, un lavoro condiviso.
La mia esperienza, invece, è stata un esempio concreto di quanto le premesse possano non corrispondere alla realtà operativa.

Al momento della firma avevo concordato con il direttore di collana un punto preciso: nessun obbligo di acquisto copie. Era una condizione essenziale e, formalmente, era stata accettata.

Quando è arrivato il momento di ordinare i libri per le presentazioni, però, mi sono trovata davanti a un fatto semplice: per avere le copie autore necessarie agli eventi, le uniche condizioni proposte erano economicamente insostenibili.
Le forniture in piccoli lotti avevano un costo tale da azzerare qualsiasi margine. In pratica, avrei dovuto promuovere il libro in perdita.

Per rispettare gli impegni già presi, sono stata costretta ad accettare l’acquisto di cento copie in modalità rateale. Non perché fosse una scelta logica o conveniente, ma perché era l’unica opzione che mi permettesse di avere un prezzo meno penalizzante.

Questa situazione non corrisponde alle premesse con cui avevo accettato di pubblicare.
Non è sostenibile per un autore, non è trasparente e non è un modello di lavoro che intendo ripetere.

Per questo motivo, una volta conclusa la gestione di questo titolo:

non collaborerò più con questa casa editrice

non indirizzerò più verso di loro alcun autore che seguo come editor

Ho già portato due scrittori a pubblicare con loro, convinta di offrire un’opportunità. Oggi non potrei farlo con la stessa responsabilità professionale.

Questa non è una polemica.
È una testimonianza basata su fatti concreti, utile a chi sta valutando percorsi editoriali simili.
Ognuno tragga le proprie conclusioni.

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Benvenuti nel mio mondo. Nel mio Zibaldone. Qui troverete di tutto un po’: riflessioni semplici, racconti, video, progetti… spero che qualcosa di tutto ciò possa gettare un seme di creatività nel mondo. Solo per questo ha senso vivere.

[…]
E’ necessario credere
Bisogna scrivere
Verso l’ignoto tendere
Ricordati Baudelaire, Baudelaire, Baudelaire..
[…]
E’ necessario vivere
Bisogna scrivere
All’infinito tendere

Baudelaire chi?

In merito alla questione delle recensioni ho scritto una pagina apposita qualche giorno fa, quindi non sono qui per rimarcare quanto già detto.

C’è chi si sente a suo agio scrivendo recensioni, chi sente di dover tutelare il sacrosantoI fiori del male diritto a stabilire se una cosa gli ha fatto schifo o gli è piaciuta, buon per lui/lei; nella mia testa la parola recensione ancora non riesco a staccarla dal concetto di critica letteraria e, sarà perché provengo dalla formazione artistica, per me la Critica è materia di esperti. Sono cresciuta così, non posso farci nulla.

Ma cosa significa essere esperti? Non so, davvero non lo so. Penso che, per esempio, il fatto che io abbia superato le prove scritte e pratiche per la patente non fa di me né un pilota né un cronista di F1.

Allo stesso modo, credo – ma è sempre un’opinione personale – il fatto che abbiamo tutti passato l’esame di maturità o il diploma di laurea o la specialistica o un master qualsiasi, non fa di noi dei critici, né degli scrittori, né degli addetti ai lavori.

Si diventa professionisti o critici di una certa materia quando si è fatta tanta gavetta, quando si è sudato in bottega da qualche Maestro, quando le nostre opere o le nostre critiche sono state sottoposte per molto tempo al vaglio di altri Maestri ed esperti.

Lo so, è un modo di pensare forse molto italiano, molto accademico, molto antico, me ne rendo conto.

Sì, me ne rendo conto, ma sono una vecchia gallina, nata più vicino alla metà del secolo scorso che vicina a questo millennio, e la mia visione della realtà è difficilmente modificabile.

Però, al di là di questa mia impostazione antiquata di vedere le cose, vorrei farvi qualche domanda:

1. Avete visto l’immagine qua sopra?

2. Avete una vaga idea di chi sia Giovanni Pennati?

3. Avete una vaga idea di chi sia Charles Baudelaire?

4. Mi sapete spiegare il misterioso motivo per cui Giovanni Pennati ha 162 (CENTOSESSANTADUE!) recensioni su Amazon e quel povero, misconosciuto, principiante, incapace di Charles Baudelaire ne ha ben 3 (TRE!)?

5. C’è una sola, UNA SOLA, ragione per cui io dovrei, a questo punto della mia vita, ritenere valide le recensioni che vengono fatte su Amazon?

Niente, così, ci tenevo a condividere questi interrogativi con voi.

Se qualcuno ha delle risposte sensate, sarò lietissima di leggerle.

Smisurata preghiera

11 gennaio 2009a-660740-1212067465-jpeg

Alta sui naufragi

dai belvedere delle torri

china e distante sugli elementi del disastro

dalle cose che accadono al disopra delle parole

celebrative del nulla

lungo un facile vento

di sazietà di impunità

Sullo scandalo metallico

di armi in uso e in disuso

a guidare la colonna

di dolore e di fumo

che lascia le infinite battaglie al calar della sera

la maggioranza sta la maggioranza sta

recitando un rosario

di ambizioni meschine

di millenarie paure

di inesauribili astuzie

Coltivando tranquilla

l'orribile varietà

delle proprie superbie

la maggioranza sta

come una malattia

come una sfortuna

come un'anestesia

come un'abitudine

per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione

e tra il vomito dei respinti muove gli ultimi passi

per consegnare alla morte una goccia di splendore

di umanità di verità

per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio

e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli

con improbabili nomi di cantanti di tango

in un vasto programma di eternità

ricorda Signore questi servi disobbedienti

alle leggi del branco

non dimenticare il loro volto

che dopo tanto sbandare

è appena giusto che la fortuna li aiuti

come una svista

come un'anomalia

come una distrazione

come un dovere

Guerra agli umani – pag. 62

6 gennaio 2009

E’ sudato. E’ sporco di terra. Ha le mani segate dalla fune.guerra_agli_umani_midsize

– Visto? – commenta raggiante. – Fortuna che aveva la corda. – Non è fortuna. E’ preparazione. – Ah, certo. Preparazione. In effetti non si può dire che l’Alpinista non sia preparato, per quanto un po’ sovrappeso. Metri di cordino arrotolati sulla spalla. Moschettone alla cintura. Zaino tattico. Elmetto da minatore. – Comunque, è dura prepararsi per tutto. Se scivolando si faceva male… – Macché scivolando. E’ solo allenamento. – Allenamento? E per che cosa? – Per il peggio. Come dice il motto: prepararsi per il peggio, pregare per il meglio! – Ah, molto interessante. Lo sa che io faccio l’esatto contrario? Preparati, Ciccione. E’ il tuo turno di rimanere basito. – Voglio dire: mi preparo per il meglio, cioè per stare meglio, insomma, una società migliore, e intanto prego che la corda del mondo si spezzi, perché vede, ho l’impressione che sia già piuttosto tirata, e allora non vorrei che cede di schianto e ci troviamo gambe all’aria, tanto vale che si rompe prima, quando ancora non tutto è perduto, capisce?, quindi se l’Occidente vuole suicidarsi, niente in contrario, l’eutanasia mi trova favorevole, purché non la si eserciti sul sottoscritto, che nel frattempo preferisce senz’altro dedicarsi ad altri tipi di eu: l’eudemonia, certo, ma anche l’eupepsia, se vogliamo guardare all’immediato, e l’eugenetica, perché no?, mi offro volontario per qualsiasi esperimento.pag.185 Sono contento di non aver concluso il baratto. Nulla è fatto per essere scambiato, nessuno si fa trapiantare un polmone al posto di un rene. Per questo il sottoscritto è contro ogni salario. Da lavoro dipendente. Da lavoro autonomo. Dal solo fatto di esistere. Quest’ultimo, per carità, mi spetterebbe con gli interessi: per anni si è tratto profitto dal mio corpo, dalle mie relazioni, dai miei desideri, senza degnarsi di pagarmi uno stipendio, un affitto, un contratto d’uso. La buona notizia è che non passerò a riscuotere. Mi riprendo la vita, e tanti saluti.

Wu Ming 2

Ho ammazzato J. F. Kennedy – pag. 90

1 gennaio 200921inf3sq0ll-_ac_us400_

Non che Muriel sia meglio o peggio di queste ragazze, e nemmeno il suo corpo era più bello, soprattutto se paragonato a quello della segretaria privata di Robert Kennedy. Muriel, la scomoda Muriel, era un testimone interessato della mia vita e, anche se ogni interesse è ambiguo e all’interesse di possedere soggiace il substrato della distruzione, il possesso scalda come una coperta vecchia, ma piena della vitalità di una lana conosciuta, adattata alla pelle nuda come una tiepida patria.Mantenere l’unità di una coppia è un esercizio artificiale, eppure conosco pochissimi esercizi rigorosamente naturali: mangiare, orinare, cacare, dormire e, forse, fornicare, anche se questo atto mi appare sempre più culturale. Sì, è un esercizio artificiale che abbisogna del continuo calcolo delle perdite e dei guadagni. Su questo precario equilibrio è possibile una vita in comune, perfino durevole. Ma talvolta, e soprattutto quando oppressi dalle circostanze esterne, si perde l’equilibrio e si rimane indietro come quel ciclista che vede distaccarsi il primo della fila, quello che tira. E succede che non si recuperi mai la distanza e ci si ritrovi sempre più distanti da una situazione passata.Forse ritorno sempre all’immagine spezzata di Muriel perché sono colto dall’angoscia del ciclista che pedala solo e con la sensazione di non poter più vincere la gara, e nessun’altra gara, così come non potrà abbandonare quella corsa che non può vincere. E’ molto complicato sostituire certe convinzioni esistenziali con altre e, in definitiva, questa sostituzione si rivela sempre assurda perché la vita, ci ho pensato parecchio, è una continuità di mosse fallite.

Manuel Vázquez Montalbán