Come il sole di gennaio

Come qualcosa che non capita spesso.

Come passare in un attimo dal sonno alla veglia, intrappolata nell’indifferente immobilità del corpo.

Fortuna che è sabato.

Adesso cosa faccio? Dovrei andare a pisciare ma non vorrei muovermi.

Uscire dalle coperte, alzarmi, coprirmi, aprire la porta, accendere la luce; poi tirare lo sciacquone del water e tornare indietro. Troppa realtà per un mattino come questo e io la realtà qua dentro oggi non voglio farla entrare. Facendo un rapido calcolo ho proprio l’impressione che la vita mi prenda in giro. Dio! Cosa significa questo corpo caldo steso accanto al mio?

Dorme? No, è sveglio. Mi guarda. Pensi che potrei dirti qualcosa? O forse dovrei tacere?

Tace.

Vado a svuotare la vescica. Quando torno è voltato di schiena, e meno male, così mi aiuta a tenere fuori il mondo.

Mi sdraio accanto a lui e sto ferma. Non saprei proprio cosa dirgli adesso: “ti ho sempre amato, ma oggi no”? “è stata una notte stupenda ma adesso dovresti andartene perché non ho proprio nulla da dirti”? Lo accarezzo? Fingo di addormentarmi e aspetto che se ne vada? Aiuto!

Ma d’improvviso si volta, mi accarezza i capelli, poi il viso e il collo, le braccia, i seni, i fianchi…

Lui ha gli occhi aperti, io non ce la faccio. Mi sembrano secoli che qualcuno non mi accarezza così, non resisto… va bene, accarezzami!

«Mi sei mancata.»

Chi ha parlato? Lui?

«Anche tu mi sei mancato» mento e non capisco, qualcosa mi sfugge, ma per ora va bene così. Si alza, si veste mi dà un bacio in fronte e se ne va.

Chiudo gli occhi, mi giro dall’altra parte e mentre penso che siamo entrambi fortunati che io non sia più innamorata di lui e che comunque stanotte sono stata benissimo, mi riaddormento.

Sbircio dalla finestra luce, ombra, luce, ombra, che si susseguono tra cemento e terrazzo, cemento e terrazzo.

Nuovo giro di vite e nuova vita, ma non cambia nulla: Amore è fuggito, chissà, prima o poi tornerà. Non oggi comunque. È una siccità familiare, per quanto, pur rappresentando povertà, mi rinfranca il cuore, trovando in essa la mia identità.

La cosa più divertente

Come fu che ci incontrammo?

A un esame. Ero lì che vagavo in cerca di un posto in cui sedere e una ragazza mora, con un paio di occhiali da miope peggio dei miei mi fece segno di accomodarmi accanto a lei. Un gesto inaspettato che si trasformò in fretta in uno scambio di suggerimenti reciproci e bigliettini. Superammo quell’esame, proprio quella volta e insieme, dopo mille tentativi di entrambe. Stavamo cercando di laurearci, tardi perché avevamo avuto una serie di intoppi, ognuna per i propri motivi. Quindi l’iter comune fu: ritiro dal precedente corso quadriennale > riconoscimento di carriera > iscrizione alla laurea triennale. Una frustrazione che sarebbe stata umiliante se non fosse stato che attorno ai trent’anni – poco meno lei, poco di più io – ci interessava ben poco la qualità della laurea. Ci serviva il pezzo di carta e avremmo accettato anche una sfilza di diciotto.

Quando andammo in dipartimento a far firmare il voto, Emilia, questo era il suo nome, sbottò. Il lunedì successivo avrebbe compiuto trent’anni anni; lo avrebbe detto alla docente se il voto fosse stato troppo basso. Un diciotto le sarebbe andato più che bene.

«Quando, scusa?» Chiesi io. «Il compleanno, intendo.»

«Lunedì, il 15, perché?» Mi guardò incuriosita.

«Anche io! Il 15 marzo ne faccio trentatré!»

Ottimo! Facciamo una festa insieme, che bello, vedi che non ci si incontra mai per caso, guarda le coincidenze, ma non sono coincidenze, era scritto nel libro del fato, era destino che quel giorno la sedia fosse libera, ci siamo riconosciute al primo sguardo, eccetera.

E via a farci viaggi mentali, una più stordita dell’altra.

Nasceva un’amicizia delle più importanti che ebbi durante il periodo universitario, forse una delle più importanti della mia vita.

Emilia viveva in un minuscolo paesino, una frazione di Villafranca. La prima volta che andai a trovarla, scesi dal treno a Verona e mi fulminò un pensiero.

Avrei voluto avere dei pattini.

Ho sempre amato i pattini. Da piccola io e la mia amichetta di allora – generazione di bambini che ancora giocavano nei cortili e per le strade – andavamo in giro ovunque nel quartiere con i pattini addosso: marciapiedi, cantine e solai, non ce li toglievamo mai.

I miei avevano una specie di scarpa da ginnastica; i suoi erano più belli: agonistici con lo stivaletto bianco e ruote fluidissime. Glieli aveva spediti sua mamma che faceva la modella negli USA. L’amica schizzava veloce come una saetta e io rimanevo sempre indietro, ma questo non ha mai incrinato il divertimento di quei pomeriggi in cui sua nonna minacciava e pronosticava sventure: «Fa ancora troppo caldo! Suderete troppo! Prenderete un’insolazione!».

La nostra pista preferita era un lungo garage sotterraneo in un condominio vicino a casa, con il pavimento in piastrelle perfettamente lisce. Lì si volava, alla lettera.

Be’ ecco, arrivata alla stazione di Verona, con tutto quel marmo levigato, quello mi venne in mente: avrei voluto i miei pattini. E soldi. Il sottopassaggio era una galleria di negozi uno più interessante dell’altro. Si respirava subito l’odore della città turistica. La voglia di comprare qualche souvenir ti pigliava d’assalto già nell’atrio principale.

Non rimpiansi più i pattini la volta in cui mi venne a prendere in scooter. Il suo modo disinvolto di guidare un po’ mi inquietava e tanto mi divertiva. Sfrecciammo davanti a Porta Nuova e nemmeno si prese la briga di spenderci due parole.

«Questo è il quartiere di Santa Lucia» disse poi, ma mentre cercavo di osservare quel che avevo attorno, gli edifici volavano all’indietro mentre lei strombazzava col ridicolo clacson dello scooter a ogni incrocio o a ogni cancello. «Me l’ha insegnato Luca», diceva.

Luca era il suo compagno, andava in moto e farsi notare il più possibile era la sua regola principale: fari accesi sempre e clacson a ogni piè sospinto. Vivevano in questa casa di campagna a tre piani nel mezzo di una corte in cui i vicini si scambiavano favori vicendevoli: la bottiglia di latte appena munto, la polenta appena cotta o il salame fatto in casa. Fu lì che conobbi le fritole (frittelle dolci buonissime) per la prima volta. Realtà lontane dalla diffidenza cittadina.

La casa di Emilia aveva un ché di esoterico, era incenso e tè, legno e coperte calde. Come a casa mia si camminava solo scalzi o con ciabatte pulite. Abitudini sacre apprese in Oriente dove, per motivi diversi, eravamo state entrambe.

Aveva due gatti e due cani e ricordo distintamente che io non volevo i gatti nella mia stanza di notte. Come si cambia!

Da Emilia stavo benissimo, era una delle persone più divertenti che avessi mai conosciuto, con lei facevo certe risate che mi scatenavano una tosse terribile. Era più che divertente, era comica. Un senso dell’umorismo e dell’autoironia davvero rari e preziosi.

Iniziammo a preparare molti esami insieme. Da Padova salivo sul treno per Verona e lei mi veniva a prendere, una volta in auto, una volta in scooter. Stavamo da lei giorni, se non settimane, a studiare come forsennate. Avevamo anche stabilito l’abitudine di scegliere una tazza per il tè, che fosse e rimanesse quella per tutto il periodo della preparazione all’esame di turno. Alla fine, ovviamente, ci voleva la candeggina per smacchiarla, ma era una specie di certezza, un rito oltre che una coccola.

Scoprimmo di avere entrambe la passione delle freccette e mi portò in un locale vicino a Quaderni, piuttosto esotico, in cui si poteva bere birra e giocare, proprio come nei film americani. Il problema era che dopo un certo numero di pinte non solo mancavamo il centro, ma proprio il bersaglio.

I maschi che erano usciti con noi, il suo compagno e un altro ragazzo che proprio non ricordo, all’inizio erano orgogliosi di portarsi appresso due femmine di tal sorta, ma la situazione cambiò drasticamente quando il nostro lato ribelle venne fuori con quelle birre in più e quei lanci pericolosi. Emilia e io eravamo simili come una rosa e un girasole: niente in comune, almeno esteticamente, ma avevamo avuto infanzia e adolescenza inenarrabili e questo, forse, ci spingeva a schiacciare l’acceleratore della vita in modo talvolta sguaiato.

La più spassosa di tutte, fu la fiera del Patrono di Villafranca, che si tiene ogni anno per una settimana in occasione del giorno dei Santi Pietro e Paolo.

Una fiera che deve le sue origini all’epoca del dominio della Serenissima; le prime notizie certe risalgono al 1714, anno in cui al tradizionale mercato del mercoledì mattina venne aggiunta anche la sagra in occasione del 29 giugno, festa dei patroni. Una concessione per superare il grave periodo di crisi. Nel corso degli anni la fiera si è evoluta, ha perso la caratteristica iniziale di compravendita del bestiame ed è diventata una rassegna di prodotti commerciali e artigianali. Il tutto condito con spettacoli, manifestazioni culturali e sportive, luna-park e fuochi artificiali. Attrae persone di tutta la provincia e anche oltre, una vera fiumana di gente si avventura fin lì dal mantovano e dal bresciano.

Lo spettacolo pirotecnico si tiene al castello ed è sensazionale, tra i più belli che abbia mai visto. Ma il vero divertimento fu andare sugli autoscontri con Emilia che, inconsapevole della mia pericolosità, urlò e rise per tutto il tempo in cui andammo allo sbaraglio sulla macchinina. Credo che non ci sia niente che mi divertisse più degli autoscontri. In assoluto. Adoravo premere l’acceleratore a fondo e puntare dritto verso un’altra auto. Emilia continuava a ridere e a gridare che ero pazza. Ecco, ho sbagliato, c’è una cosa che mi divertiva più degli autoscontri: andare sugli autoscontri con Emilia.

Una sera il cane del vicino si era messo ad abbaiare come un dannato e non la finiva più. Le prestai un paio di tappi per le orecchie, comprati in ferramenta, non in farmacia. La differenza è che quelli per lavoratori sono più soffici e tengono meglio la forma. La mattina dopo lo raccontò con un messaggio a un’amica, la quale rispose “Sei proprio sicura che questi tassi debbano andare nelle orecchie?”

Nulla da fare, Emilia non ricontrollava mai i testi prima di inviare ed era costante vittima del T9. I suoi SMS erano più o meno sempre involontariamente esilaranti.

Tutto quello che facevo con Emilia mi divertiva, a dire il vero. Oscillavamo tra lo spirituale e il faceto, tra tarocchi ed esami di linguistica inglese. Tra passeggiate coi cani nei i campi di pesche di Quaderni, che, mi diceva, sono fra le più pregiate della zona, e lanci di freccette che rischiavano di accecare i nostri accompagnatori.

Era meglio, molto meglio, che andare in pattini. Era come quella volta in cui andai a sentire Keith Jarrett all’Arena, nel 1995: esaltante, tangibile e mistico allo stesso tempo. Impareggiabile come il luogo in cui aveva deciso di elargire la sua arte. In occasione del concerto, però, non ero passata per la stazione e non mi era venuta voglia di pattinare. Era bastato lui, imponente eppure minuto fin quasi a perdersi dentro quell’immenso e ineguagliabile edificio. Perfetti, maestosi. Precisi come un metronomo e inderogabili come l’incontro con Emilia.

Qualche tempo dopo l’università finì, mi trasferii in Cina, lei si sposò. Banale, sciocco, eppure… A dirlo non ci si crederebbe: è da allora che non ci rivediamo. Solo foto e like su Facebook.

Dovrei tornare da Emilia. La sua vita è cambiata tanto, come la mia del resto. Non vive più in una frazione di Villafranca, è tornata in città e chissà se l’appartamento nuovo è esoterico come quello che conoscevo.

Questo mi spiace, Emilia mi manca. Mi mancano le risate, ma mi manca soprattutto quello che ci conduceva a quelle risate.

Inutile aggiungere che il 15 marzo di ogni anno il mio pensiero va a lei, ogni volta spero di essere la prima a farle gli auguri. Se esiste un’anima che sento affine, per mille motivi di cui solo ultime sono le risate, questa è lei. Abbiamo entrambe la nostra migliore amica e non è una sostituzione. Non c’entra nulla, è un rapporto diverso. È una corsa in scooter tra i marmi di Verona, è un voto basso di cui non ci è mai fregato nulla, è una catasta di libri a cui poi abbiamo dato fuoco per liberarci di pesi che gravavano più sull’anima che sulla schiena, è la magnificenza del castello di Villafranca addobbato a festa. È la storia di due grandi solitudini che si sono incontrate in una risata spudorata e genuina. Alla faccia di tutto il male che la vita non ci ha mai risparmiato.

La morte di Schizzo

La luce della luna entrava dalla finestra spalancata per il caldo.

Francesco, il cuore troppo colmo di sgomento per riuscire a dormire, si era acceso una sigaretta e si era affacciato a osservare la luna.

Cosa sarebbe successo ora?

Sì, avevano fatto l’amore alla fine, sì, era rimasta a dormire lì da lui, era ancora lì, nel letto, che respirava piano e ignorava la sua agitazione.

Era stata una bella serata, tutto era andato come aveva stabilito, persino il dolce era perfetto. Sì, ok, tutta la cena – che gli era costata un occhio della testa.

E poi, fortunatamente, era infine riuscito a essere puntuale, nonostante la giornataccia che aveva avuto.

Proprio per un soffio

 non era arrivato in ritardo, non se lo sarebbe mai perdonato.

Quel maledetto tossico gli aveva fatto perdere un sacco di tempo, proprio in casa sua doveva venire a schiattare?

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Sara non doveva assolutamente venire a sapere della sua doppia vita e quella era la sua serata, la serata in cui fin

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ente lei avrebbe ceduto alle sue lusinghe, la serata in cui la mosca sarebbe finita nella tela pazientemente costruita dal ragno in settimane e settimane di uscite e corteggiamenti, non potev

a permettere a un tossico morto di rovinargli tutto.

Un conto è gestire traffici, un conto è farsi. Non aveva mai avuto rispetto per i tossici.

Quel pomeriggio, Schizzo, contravvenendo a tutte le regole che da sempre Francesco aveva imposto, era venuto fino a casa sua perché, dopo essere stato derubato da una banda di gente più cattiva di lui, temeva che Francesco gli avrebbe come minimo tagliato una mano. Solo che prima di andare si era “ricaricato”, per farsi coraggio e, niente, aveva esagerato, e gli era venuto un colpo.

Difficilissimo trovare René e sistemare la faccenda, per fortuna i cocainomani infartuati non puzzano di vomito e schifo come gli eroinomani. L’unico problema era che era successo in pieno giorno, ma questo non era un problema suo, era un problema di René.

Tutto il riposo guadagnato in quella lunga mattinata di sonno che si era concesso era svanito nel pomeriggio.

Affacciato alla finestra ripercorreva tutti i passi della giornata andando indietro nelle ore, perché in cuor suo avrebbe voluto che tutta la sua vita parallela fosse rimasta fuori in quella giornata che doveva essere così speciale. Quel giorno doveva essere il “loro giorno” e basta.

Si era svegliato tardi, cercando appunto di recuperare le energie che voleva dedicare a Sara, aveva fatto un’ottima abbondante colazione e avrebbe trascorso il pomeriggio a sistemare i dettagli, andare dal barbiere eventualmente, comprare un piccolo presente. I fiori non erano un problema, li aveva fatti arrivare direttamente a casa.

Niente, Schizzo aveva rovinato tutto.

Un fruscio alle sue spalle lo distolse dai suoi pensieri, Sara si avvicinò e mordendogli il lobo sinistro gli disse, in un sussurro «Sono davvero felice».

In un istante Schizzo, René, le consegne svanite insieme ai soldi, gli impegni del giorno dopo, evaporarono dal suo cervello lasciando spazio ad una felicità che non aveva mai provato prima.

Dopotutto, era andata bene anche così.

L’ultimo giorno

Oggi è l’ultimo giorno.
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Mi sveglio. Tardi. Non ho il tempo di fare l’appello tra quello che funziona e quello che non funziona. Non importa, tanto, come sempre ultimamente, sarà mio marito ad accompagnarmi. Se mi accorgerò di stare male potrò sempre prendere la pillola magica, che non sempre serve, ma che solitamente almeno un po’ mi aiuta.
Facciamo colazione, in fretta perché è tardi.
Partiamo.
Arriviamo e… non c’è nessuno. La sala d’aspetto è vuota. Ho conosciuto un po’ di persone in queste sei settimane e ci tenevo a salutarle. Invece non ci sono. Sono molto delusa, non lo nego.
Aspettiamo e arriva la prima coppia. È il marito che è in cura, e la moglie lo accompagna. Sono davvero felice di vederli, ma quello a cui tenevo di più ancora non si vede.
È un signore che avrà una sessantina danni, o forse una cinquantina portati male. Ha i capelli brizzolati a caschetto, il viso tondo, abiti casual gli ricadono addosso sul corpo magrissimo e non tanto alto. Mi saluta sempre, anzi, ci salutiamo sempre. Ha l’espressione molto dolce e un paio di piccoli tatuaggi sulla mano sinistra. Impossibile sapere il suo nome, qui siamo tutti numeri; ed è impossibile conoscere la sua storia perché lui non può parlare: ha il collo sottile come quelli che vengono operati alla gola a causa di tumori. Ha sempre una sciarpetta attorno al collo quando arriva, e se la mette quando deve andare via, ma qui la toglie, non ha senso nascondersi qui, siamo tutti uguali, abbiamo tutti “quel problema”.
Però anche tra di noi ci sono quelli più fortunati e quelli meno fortunati e lo so, io lo so, che la gente davanti alla sofferenza, la morte, le sentenze, non sa come comportarsi, quindi quel signore lì lo salutano ma non lo “coinvolgono”. Certo, c’è poco da coinvolgere: non può parlare, ma c’è modo e modo di salutare, di incontrarsi, di scambiarsi quei pochi attimi di vita in sala d’attesa. E io l’ho sempre coinvolto, perché l’ho sempre salutato come se potesse rispondermi, perché qualche volta gli ho chiesto come andava e, a modo suo, facendo “così così” con la mano, mi ha risposto. Gli ho sempre sorriso col cuore aperto. Lo sentivo simile a me, lo sentivo vicino e in tutte queste sei settimane ho cercato, con un semplice saluto, di farglielo capire.
Mi fanno entrare, ma qualcosa non va nella macchina, deve venire il fisico, quindi mi fanno rivestire, mi fanno riuscire e mi fanno aspettare ancora.
E io esco, mi metto a parlare con la moglie del signore di cui ormai conosco la cartella clinica completa e finalmente arriva! E allora, ecco, non perdo tempo.
– Buongiorno! Quante gliene mancano? – Chiedo
Mi fa il gesto del numero uno con la mano e mi guarda fissa negli occhi, sempre sorridendo.
– Cioè oggi è l’ultima o deve tornare domani?
Mi fa il segno della ripetizione con le due mani.
– Ah be’, ma allora ormai anche lei è in dirittura d’arrivo! Io finisco oggi invece, non ci vediamo più. Come sta andando?
Mi parla, senza voce ma mi parla. Mi indica la schiena e mi dice, afono, “brucia” e accompagna questo mimo con uno sguardo molto triste.
– Eh la pelle! Lo so, può fare così. Lo fa nella schiena? Sono i polmoni?
Annuisce, triste.
Poi lo fanno entrare, fa la terapia, non dura mai molto, quindi esce che io sono ancora lì che aspetto il mio turno, chissà che fine ha fatto il fisico.
Si riveste. Lo guardo.
Si mette la giacca e la sua sciarpina poi si volta verso di noi.
“Auguri” mima con le labbra.
– Tanti auguri a lei! – E gli faccio il sorriso migliore che possa scovare in me.
Mi manda un bacio con la mano e se ne va e in quel momento so che non lo rivedrò mai più.
Ecco, questo l’ultimo giorno di radioterapia.
Cadorago, 6 dicembre 2016

La Rotella

Martirio, Moglie e Suocera (del Martirio) devono cambiare casa e Martirio e Moglie mettono sottosopra la casa per cercare la rotella metrica che servirà per andare a vedere il nuovo appartamento e stabilire se è esattamente delle misure che servono loro.
Martirio, unico e vero proprietario della Rotella (uso la maiuscola perché sono giorni che la cerca e ormai è diventata una figura mitologica),

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gira e rigira tutta la casa, sposta oggetti, apre bauli, rinviene reperti di tecnologia postmoderna, il tutto con un brontolio sommesso, una specie di mantra “la vedevo sempre in giro, e adesso che serve…”
Moglie e Suocera decidono che, va be’, sarà il caso di dargli una mano, almeno a trovare un metro da sarta, che in mancanza d’altro, a mali estremi, può fare un po’ di lavoro.
Suocera perde subito la pazienza perché per fare questa operazione le viene messa sottosopra tutta la camera.
Moglie scomoda la gatta, apre bauli, scoprendo di avere valori inestimabili in infiniti modelli in disuso di iPod Shuffle, palmari del giurassico e poi, stufa, richiude tutto nel baule e decide di cercare la Rotella semplicemente tra le cose di Martirio.
Quello scaffalino piccolo dove Martirio tiene tutte le cose più strane senza una logica apparente, dai DVD (di Moglie) del Dottore, ai colori acrilici per i momenti di creatività pittorica, a confezioni di cacciaviti di tutte le misure.
E lì, dietro un angolino, nascosta e invisibile dall’ombra del compensato che fa da divisorio tra un lato e l’altro la Rotella le fa l’occhiolino.
Moglie, molto soddisfatta e anche un filino incazzata perché doveva lavorare e invece ha perso un sacco di tempo a cercare Rotella, la prende, la nasconde dietro la schiena e si avvicina a Martirio dicendo “Ma se la trovo cosa mi dai?”
Lui tenta “Un bacino?”
Movimento di diniego della testa di Moglie.
“Due bacini?”
“Troppo poco, caro”
“Tre?!” Chiede allarmato come dovesse sprecare la sostanza che trasforma il piombo in oro.
“Ti ricordo che tu avevi detto che mi regalavi l’abbonamento a EWWA e ancora non l’hai fatto…”
Martirio la prende in ridere “L’hai trovata?”
Moglie annuisce e la mostra finalmente a Martirio che non sta più in sé dalla contentezza.
“Amore, i dati per il bonifico te li mando via email”

Il Principe Miele

 

L’uomo dai riflessi dorati siede a capo di una lunga tavolata, quando all’improvviso tutti si alzano e dichiarano urlando che in quel posto non si può mangiare per via delle vespe. Vespe gigantesche e in quantità intollerabile, che ronzano sulle insalate di mare e sui bicchieri generosamente pieni di bianco nettare degli dei, danzando ritmiche anche intorno alla figura abbronzata del capotavola.

L’uomo dai riflessi color oro è l’unico che non si alza e mantiene la calma.

Con pazienza comincia, con un piatto di plastica, a schiacciarle una ad una… due… tre…

La Venere Chiara è seduta di fronte a lui e lo guarda chiedendosi se l’intento di quell’uomo sia solamente fare l’eroe o se veramente non ha alcuna paura delle vespe.

Per non continuare a fissarlo, per distogliere l’attenzione dalla sua impresa e da quel terribile massacro (altre cinque, sei, sette vespe schiacciate violentemente sul tavolo e poi gettate a terra velocemente), la Venere Chiara porta gli occhi sotto al tavolo, per incontrare le belle gambe abbronzate dell’uomo… L’uomo dai riflessi dorati indossa solo uno dei due sandali mentre l’altro piede è abbandonato incurante sopra al secondo, come fosse un elemento estraneo…

Ad un certo punto, però, l’uomo dorato sembra accorgersi dello sguardo di Venere e alza gli occhi, sereno e, gentilmente sorpreso, su di lei. E’ stato lì che la Venere Chiara ha scoperto il sorriso azzurro dell’uomo dai riflessi dorati. Il piatto è rimasto a mezz’aria e forse la vespa cui era destinato il colpo, ha fatto in tempo a fuggire, c’è stato un silenzio azzurro, in cui vespe, commensali, bambini e persino il mare, si sono fermati, come congelati nel tempo, e l’uomo dai riflessi dorati ha sorriso alla Venere Chiara, ha fermato il mondo per regalarle il sorriso più spontaneo e cristallino che lei avesse mai visto. Un sorriso lento, che si è lasciato bere intero, tutto d’un fiato, dal piccolo accenno della sua nascita, sotto la lieve curva all’angolo delle labbra, alla grandezza di tutta la sua estensione e del suo splendore.

Qualcuno lo prende in giro dicendogli che deve avere il miele addosso perché le vespe vanno tutte su di lui, e una donna, che deve essere la moglie, commenta con asprezza che sì, persino le vespe vanno tutte su di lui, deve trattarsi proprio di miele!

La moglie è gelosa.

Quasi subito, il Principe Miele, dai riflessi doratati e dal sorriso azzurro, si mette un paio di occhiali scuri, per far pari con la Venere Chiara che gli occhiali se li mette a specchio. Per potersi entrambi guardare, sapendo entrambi di farlo, ma senza lasciarlo intendere ad altri, nemmeno alle vespe.

La Venere Chiara l’ha poi visto di nuovo, il Principe Miele, cammina solamente sulla banchina, dove le sue stampelle possono reggerlo senza fargli perdere l’equilibrio, raggiunge la moglie e la figlia con calma e solennità e con un sorriso che non smette mai di essere azzurro e bellissimo.

Ieri, il Principe Miele ha visto la Venere Chiara arrivare in spiaggia. Il Principe Miele stava seduto sulla gradinata di pietra, tenendo a lato le stampelle. La moglie ancora non c’era e lui si è preso tutto il tempo e la calma necessari per mantenere lo sguardo rivolto al chiarore riflesso dalla Venere stesa al sole. Il tempo per percorrerle i fianchi con gli occhi, che avrebbe voluto farlo con le dita, ma era troppo lontano e le gambe non rispondono, e le stampelle affondano senza pietà nella sabbia molle, e non rimaneva altro che riflettersi il sole l’un l’altra, guardarsi di nascosto tacendo l’anima.

La Venere Chiara avrebbe voluto raggiungerlo e chiedergli di sorriderle, di guardarla ancora con tutto quel miele e tutto quell’azzurro sgargianti, accecanti, sotto quel sole violento del sud.

Ma non si poteva, la spiaggia era affollata di gente scura, ombre nere e cattive.

L’ha visto ieri, mentre con le sue stampelle cercava faticosamente di risalire la scalinata di pietra, il Principe Miele, con i suoi arti paraplegici, e quell’oro sulla pelle e nel sorriso, azzurro come il mare, con la moglie gelosa e le vespe golose, che lo seguiranno sempre, ovunque, tutti.

L’ha visto per l’ultima volta.

 

Siculiana, 21 luglio 2003

Cambiare le ali

Sangue, Terra e Verità. Così l’hanno creata. Col destino certo di non essere ascoltata; e quando incontra il progenitore atavico alza lo sguardo per cercare di rallentare la corsa della Terra che ora si è fatta frenetica, lancia lo sguardo sulle punte delle frecce da caccia, sui graffiti delle caverne, sulle ceramiche preistoriche, cercando appigli con cui affrontare il vuoto.IMG_0393

Avvicina l’occhio miope al solco del vaso, e sente la mano tremante dell’essere che incise la breve linea obliqua, la coordinata temporale svanisce e lei osserva l’artista scimmiesco al lavoro. Sente lo sforzo, immenso, della Prima Creazione Umana. Se si concentra bene sente anche lo scoppiettare del fuoco lì a lato, e il rumore di foglie dei cespugli, smosse dai compagni di caccia.

Stiamo finendo, stiamo perdendo il Senso, l’essere umano non è più nulla, la Creatività e la Vita sono note già suonate, aritmie di aritmetiche finite. Fantasia e Cultura sgocciolano i loro ultimi istanti d’esistenza. Tutto quello che si crea è già stato. Non sarà Lei a fare il passo in più di cui l’umanità ha bisogno.

«Cosa cerchi?»

«Il Senso. Quel minuscolo passo in più che segnerà, invisibile, il mondo.»

«Per farti ricordare.»

«No. Sarò un solco anonimo su una ceramica ritrovata per caso. Non per farmi ricordare. Per indicare la strada dietro il muro, oltre la caverna, oltre il fuoco, verso il sole…»

Sono finita in una città di cui non sapevo nemmeno l’esistenza, di cui non conoscevo la fama e il lucore.

Le coordinate geografiche non servono. I sogni, quelli donati da Orfeo e quelli guidati dall’istinto, i segni, i passi sulla pietra bianca, le parole degli artisti e dei profeti, conducono tutti a un unico punto.

L’Uomo Libero lo chiama Ombelico del Mondo. C’è chi dice che questo sia il ventre di una madre pallida e pietosa.

La Guida del Bosco di Pietra mi ha indicato l’orizzonte puntando l’indice sulla città diafana, mentre i falchi grillai che conoscevano e aspettavano il mio arrivo, scrutavano le colline dolci e bruciate, dall’alto dei tetti di tufo.

La Guida dice che devo cambiare le ali alla città.

Forse sono qui per questo?

O forse sono solo le mie ali che devo cambiare?

L’Uomo Libero lascia scivolare la mente nel futuro, potremmo cercare insieme la Pietra Filosofale, così come ora l’Uomo Libero scolpisce tufo chiaro nella sua grotta di tufo chiaro e ombre, così come ora io affronto i draghi bifidi della parola oscura per domarli e rendere al mondo un po’ di pace, così come insieme impariamo la Lingua del Vento, allo stesso modo un giorno potremmo volare via sulle ali dei falchi che ora vegliano l’eco dei nostri passi.

«Dimmi, Scultore, dimmi che succede.»

«Te ne andrai, ti volterai e tutto quello che ti avrò detto saranno stronzate, non varranno più nulla, dimenticherai tutto, dimenticherai me, e questa città, e la Pietra Filosofale e tutto il resto…. E allora che vuoi da me?! Vattene adesso e lasciami in pace!»

Falco grillaio! dammi il Vento nelle mani e digli che non mi volterò, che non me ne andrò, che non dimenticherò! Cambierò le ali e volteggerò sopra i tetti sfolgoranti ad aspettare le anime perdute, da accogliere, curare, poi scolpire e raccontare. Da confortare.

Falchetto chiaro come il tufo, fammi salire sul Sogno e portami nel suo palmo!

Traccerò un solo piccolo passo inutile, un graffio sulla pelle della vita, lasciato con unghie spezzate e lacrime e urla. Un piccolo passo col mio piede di carne bianca, su una roccia così chiara che nemmeno mi vedrà.

Sangue, Terra e Verità. Così l’hanno creata. Col destino certo di non essere ascoltata.

La notte più lunga

La notte più lungaEsiste una piattaforma che si chiama Wattpad (sì, lo so che lo sapete, ma vorrei farci una riflessione sopra).

Serve per rendere pubbliche le proprie scritture.

Forse serve a qualche pioniere di talenti per valutare se esista qualcosa di davvero nuovo e mercificabile nel mondo degli esordienti.

A me serve per condividere una storia con una persona in particolare.

Stranamente, questa storia, nata per essere letta da una sola persona, a qualcuno (non molti eh!) piace, e questo mi ha incoraggiata a sistemare i brani fin qui pubblicati e a proseguire nel racconto.

Però, mi chiedo, cosa piace alle persone?

A me piacciono i libri che aggiungono qualcosa alla mia percezione del mondo, della vita. Quelli che mi accompagnano alla scoperta di nuovi orizzonti o nuove prospettive, ma anche quelli che mi spiegano, con parole che io non ho, chi sono io. Ci sono libri che non siamo noi a leggere, solo loro che leggono dentro la nostra anima e ci aiutano a vedere aspetti di noi stessi che non conoscevamo o che rimanevano intuizioni e non sapevamo nominare, o che hai sempre rifuggito per un motivo o per l’altro. Ecco, quelli mi piacciono.

Voglio dire, davvero non avete trovato nulla di voi stessi in Achab o in Kurtz? Siamo proprio sicuri di essere diversi da loro?

Ma alle persone interessa ancora viaggiare al centro della Terra? Siamo certi di non avere più bisogno di essere accompagnati in fondo alla caverna del nostro inconscio?

E non è questo forse l’obiettivo degli artisti? Non è portarci per mano dentro emozioni che non sapevamo nemmeno di poter provare?

Va be’, io non pretendo di riuscirci. Davvero. Però ci provo. Ho già scritto molti anni fa quello che penso della vita e dell’arte e lo riassumo qui: ognuno deve dare il proprio contributo, anche se destinato all’oblio. Se non altro perché le idee portano sempre altre idee, magari migliori di quelle che le hanno originate, e anche se non sapremo mai se quello che facciamo sarà il motore per qualcosa di nuovo, credo che almeno ci si debba provare.

Ecco, uno dei modi in cui io sto provando è questo che sarà poco più di un racconto, cui ho dato il titolo di La notte più lunga e che sto pubblicando su Wattpad a puntate, come si faceva nell’800 con i feuilletons.

È un’operazione molto discutibile quella che sto facendo, visto che era inizialmente destinato ad una sola persona, ma chissà, forse anche altri potrebbero trovarci qualcosa. Io ci provo.

Questo è il link. Vi auguro una buona lettura e spero vivamente di ricevere dei feedback (non solo positivi).

Allons-y!

I capitoli:

LA NOTTE PIU’ LUNGA – Capitolo zero

I – Cara Ester

II – Quella sera

III – Senza dèi

IV – A1

V – Salsa jazz

VI – Sveva

VII – “Mio figlio…”

VIII – Sotto la doccia

IX – “Quel che ricordo”

X – Il Montenegro e l’amore

XI – La Festa dell’Umidità

XII – Ester, Estate 1990

XIII – La notte più lunga

I – L’americana

II – Ester, Edo e la gelosia

III – La prima volta