Da noi

“Queue”, si dice, per salire sul bus,
“A Modena non si fa così”,
si avvicina e mi sussurra
“Ti rivelo un segreto:”
lo guardo curiosa
ho diciannove anni, del mondo so nulla
“Modena non è il centro del mondo”
solo in quel momento, a Londra
imparai a viaggiare.

Il bus rosso - Londra

Claudicante

“Effetto Angelina Jolie” e prevenzione per il tumore della ...

I
Piegata da nausee
dovendo decidere
se sopportare il male
o vomitare bile,
ai miei nemici in quei momenti
non ho avuto coraggio
di augurare altrettanto.
Sì, me l’avevano salvata la vita
ma che vita? Gemere in quello strazio.

II
Mi hai cambiato il passo fottuto cancro,
hai lacerato tu la mia esistenza
e torni a seppellire quella che fui
amputata nel corpo,
nella percezione di me
e nella tolleranza del dolore.
Fortunata? Forse, la gente dice,
ma zoppico di una vita distrutta.

Specchi precisi

«Cazzo, è proprio impietoso quello specchio: sono riuscita a contare uno per uno tutti i miei capelli bianchi!» dice Sara uscendo dal bagno del bar, rivolta a Sonja. «È molto preciso» risponde lei con un sorriso sghembo «poi, sai, ultimamente li fanno sempre più precisi, e più passa il tempo più sono precisi.»

Frida Viva la vida recensione - MadMass.it

Sara ride ma detesta specchi e fotografie.

Da piccola si metteva a piangere quando la obbligavano davanti all’obiettivo.

Da piccola si arrossava le gote a forza di sfregare dopo che l’avevano baciata. Perché poi tutti avevano questa mania di baciarla?

Da piccola quando piangeva si guardava allo specchio, certi moccoli catarrosi che scendevano dal naso e gli occhi gonfi e rossi e spazzar via tutto con le maniche, che tanto è uguale. L’avevano fatta arrabbiare che senso aveva rimanere educata e non spazzarsi il naso con la manica? E stava lì, a guardarsi piangere finché non aveva consumato tutto il sale che aveva in corpo.

Poi è diventata bella ma nelle foto veniva brutta, nessuno sa perché. Allora meglio evitarle le foto, anche se era bella.

Poi è diventata affascinante e non aveva bisogno di ritratti, che tanto tutti cadevano ai suoi piedi.

Poi ci fu quell’incidente e lì sì che ne ha dovuti fare di ritratti, alle ossa sgretolate, alle milze spappolate. E dopo l’incidente i capelli bianchi, che già ce n’erano prima, ma dopo quella notte erano arrivati come le cavallette.

E poi le rughe attorno alle labbra quasi avesse passato la vita corrucciata con le labbra a culo di gallina invece lo sa dio se aveva sorriso nella vita. Aveva amato la vita “che più di lei mai nessuno amò” e anche quando aveva pianto aveva sempre pianto stirando le labbra, disperata. Eppure quelle maledette rughe erano venute lo stesso.

«Voglio morire giovane» dice Sara a Sonja. «È già troppo tardi per morire giovani» replica l’altra col solito sorriso caustico.

Abbassa il capo, riflette un attimo e si rivede nei fotogrammi della sua vita passata. Non le resta che far pace con le vecchie fotografie, constatare che non era venuta poi così brutta come credeva e farsi fare una trasfusione di vita direttamente dal passato.

La città invisibile

Qui manca

Quella puzza di fogna,

non una qualsiasi.

E le cacche di cane

spiaccicate per terra.

E gli sputi e il berciare delle donne

Nostalgia, non tanto dell’acqua,

ma dei suoi riflessi sui muri e sui marmi

e del suo civettuolo sciacquettio.

Di quel vento bastardo che trascina

tanta sabbia sotto ai letti e tra i denti,

del boato costante                             

di quel ridicolo Adriatico.

E intorno a questa bellissima casa

quel che non c’è

è tutta quella città

e la puzza dei suoi canali.

Come il sole di gennaio

Come qualcosa che non capita spesso.

Come passare in un attimo dal sonno alla veglia, intrappolata nell’indifferente immobilità del corpo.

Fortuna che è sabato.

Adesso cosa faccio? Dovrei andare a pisciare ma non vorrei muovermi.

Uscire dalle coperte, alzarmi, coprirmi, aprire la porta, accendere la luce; poi tirare lo sciacquone del water e tornare indietro. Troppa realtà per un mattino come questo e io la realtà qua dentro oggi non voglio farla entrare. Facendo un rapido calcolo ho proprio l’impressione che la vita mi prenda in giro. Dio! Cosa significa questo corpo caldo steso accanto al mio?

Dorme? No, è sveglio. Mi guarda. Pensi che potrei dirti qualcosa? O forse dovrei tacere?

Tace.

Vado a svuotare la vescica. Quando torno è voltato di schiena, e meno male, così mi aiuta a tenere fuori il mondo.

Mi sdraio accanto a lui e sto ferma. Non saprei proprio cosa dirgli adesso: “ti ho sempre amato, ma oggi no”? “è stata una notte stupenda ma adesso dovresti andartene perché non ho proprio nulla da dirti”? Lo accarezzo? Fingo di addormentarmi e aspetto che se ne vada? Aiuto!

Ma d’improvviso si volta, mi accarezza i capelli, poi il viso e il collo, le braccia, i seni, i fianchi…

Lui ha gli occhi aperti, io non ce la faccio. Mi sembrano secoli che qualcuno non mi accarezza così, non resisto… va bene, accarezzami!

«Mi sei mancata.»

Chi ha parlato? Lui?

«Anche tu mi sei mancato» mento e non capisco, qualcosa mi sfugge, ma per ora va bene così. Si alza, si veste mi dà un bacio in fronte e se ne va.

Chiudo gli occhi, mi giro dall’altra parte e mentre penso che siamo entrambi fortunati che io non sia più innamorata di lui e che comunque stanotte sono stata benissimo, mi riaddormento.

Sbircio dalla finestra luce, ombra, luce, ombra, che si susseguono tra cemento e terrazzo, cemento e terrazzo.

Nuovo giro di vite e nuova vita, ma non cambia nulla: Amore è fuggito, chissà, prima o poi tornerà. Non oggi comunque. È una siccità familiare, per quanto, pur rappresentando povertà, mi rinfranca il cuore, trovando in essa la mia identità.

La cosa più divertente

Come fu che ci incontrammo?

A un esame. Ero lì che vagavo in cerca di un posto in cui sedere e una ragazza mora, con un paio di occhiali da miope peggio dei miei mi fece segno di accomodarmi accanto a lei. Un gesto inaspettato che si trasformò in fretta in uno scambio di suggerimenti reciproci e bigliettini. Superammo quell’esame, proprio quella volta e insieme, dopo mille tentativi di entrambe. Stavamo cercando di laurearci, tardi perché avevamo avuto una serie di intoppi, ognuna per i propri motivi. Quindi l’iter comune fu: ritiro dal precedente corso quadriennale > riconoscimento di carriera > iscrizione alla laurea triennale. Una frustrazione che sarebbe stata umiliante se non fosse stato che attorno ai trent’anni – poco meno lei, poco di più io – ci interessava ben poco la qualità della laurea. Ci serviva il pezzo di carta e avremmo accettato anche una sfilza di diciotto.

Quando andammo in dipartimento a far firmare il voto, Emilia, questo era il suo nome, sbottò. Il lunedì successivo avrebbe compiuto trent’anni anni; lo avrebbe detto alla docente se il voto fosse stato troppo basso. Un diciotto le sarebbe andato più che bene.

«Quando, scusa?» Chiesi io. «Il compleanno, intendo.»

«Lunedì, il 15, perché?» Mi guardò incuriosita.

«Anche io! Il 15 marzo ne faccio trentatré!»

Ottimo! Facciamo una festa insieme, che bello, vedi che non ci si incontra mai per caso, guarda le coincidenze, ma non sono coincidenze, era scritto nel libro del fato, era destino che quel giorno la sedia fosse libera, ci siamo riconosciute al primo sguardo, eccetera.

E via a farci viaggi mentali, una più stordita dell’altra.

Nasceva un’amicizia delle più importanti che ebbi durante il periodo universitario, forse una delle più importanti della mia vita.

Emilia viveva in un minuscolo paesino, una frazione di Villafranca. La prima volta che andai a trovarla, scesi dal treno a Verona e mi fulminò un pensiero.

Avrei voluto avere dei pattini.

Ho sempre amato i pattini. Da piccola io e la mia amichetta di allora – generazione di bambini che ancora giocavano nei cortili e per le strade – andavamo in giro ovunque nel quartiere con i pattini addosso: marciapiedi, cantine e solai, non ce li toglievamo mai.

I miei avevano una specie di scarpa da ginnastica; i suoi erano più belli: agonistici con lo stivaletto bianco e ruote fluidissime. Glieli aveva spediti sua mamma che faceva la modella negli USA. L’amica schizzava veloce come una saetta e io rimanevo sempre indietro, ma questo non ha mai incrinato il divertimento di quei pomeriggi in cui sua nonna minacciava e pronosticava sventure: «Fa ancora troppo caldo! Suderete troppo! Prenderete un’insolazione!».

La nostra pista preferita era un lungo garage sotterraneo in un condominio vicino a casa, con il pavimento in piastrelle perfettamente lisce. Lì si volava, alla lettera.

Be’ ecco, arrivata alla stazione di Verona, con tutto quel marmo levigato, quello mi venne in mente: avrei voluto i miei pattini. E soldi. Il sottopassaggio era una galleria di negozi uno più interessante dell’altro. Si respirava subito l’odore della città turistica. La voglia di comprare qualche souvenir ti pigliava d’assalto già nell’atrio principale.

Non rimpiansi più i pattini la volta in cui mi venne a prendere in scooter. Il suo modo disinvolto di guidare un po’ mi inquietava e tanto mi divertiva. Sfrecciammo davanti a Porta Nuova e nemmeno si prese la briga di spenderci due parole.

«Questo è il quartiere di Santa Lucia» disse poi, ma mentre cercavo di osservare quel che avevo attorno, gli edifici volavano all’indietro mentre lei strombazzava col ridicolo clacson dello scooter a ogni incrocio o a ogni cancello. «Me l’ha insegnato Luca», diceva.

Luca era il suo compagno, andava in moto e farsi notare il più possibile era la sua regola principale: fari accesi sempre e clacson a ogni piè sospinto. Vivevano in questa casa di campagna a tre piani nel mezzo di una corte in cui i vicini si scambiavano favori vicendevoli: la bottiglia di latte appena munto, la polenta appena cotta o il salame fatto in casa. Fu lì che conobbi le fritole (frittelle dolci buonissime) per la prima volta. Realtà lontane dalla diffidenza cittadina.

La casa di Emilia aveva un ché di esoterico, era incenso e tè, legno e coperte calde. Come a casa mia si camminava solo scalzi o con ciabatte pulite. Abitudini sacre apprese in Oriente dove, per motivi diversi, eravamo state entrambe.

Aveva due gatti e due cani e ricordo distintamente che io non volevo i gatti nella mia stanza di notte. Come si cambia!

Da Emilia stavo benissimo, era una delle persone più divertenti che avessi mai conosciuto, con lei facevo certe risate che mi scatenavano una tosse terribile. Era più che divertente, era comica. Un senso dell’umorismo e dell’autoironia davvero rari e preziosi.

Iniziammo a preparare molti esami insieme. Da Padova salivo sul treno per Verona e lei mi veniva a prendere, una volta in auto, una volta in scooter. Stavamo da lei giorni, se non settimane, a studiare come forsennate. Avevamo anche stabilito l’abitudine di scegliere una tazza per il tè, che fosse e rimanesse quella per tutto il periodo della preparazione all’esame di turno. Alla fine, ovviamente, ci voleva la candeggina per smacchiarla, ma era una specie di certezza, un rito oltre che una coccola.

Scoprimmo di avere entrambe la passione delle freccette e mi portò in un locale vicino a Quaderni, piuttosto esotico, in cui si poteva bere birra e giocare, proprio come nei film americani. Il problema era che dopo un certo numero di pinte non solo mancavamo il centro, ma proprio il bersaglio.

I maschi che erano usciti con noi, il suo compagno e un altro ragazzo che proprio non ricordo, all’inizio erano orgogliosi di portarsi appresso due femmine di tal sorta, ma la situazione cambiò drasticamente quando il nostro lato ribelle venne fuori con quelle birre in più e quei lanci pericolosi. Emilia e io eravamo simili come una rosa e un girasole: niente in comune, almeno esteticamente, ma avevamo avuto infanzia e adolescenza inenarrabili e questo, forse, ci spingeva a schiacciare l’acceleratore della vita in modo talvolta sguaiato.

La più spassosa di tutte, fu la fiera del Patrono di Villafranca, che si tiene ogni anno per una settimana in occasione del giorno dei Santi Pietro e Paolo.

Una fiera che deve le sue origini all’epoca del dominio della Serenissima; le prime notizie certe risalgono al 1714, anno in cui al tradizionale mercato del mercoledì mattina venne aggiunta anche la sagra in occasione del 29 giugno, festa dei patroni. Una concessione per superare il grave periodo di crisi. Nel corso degli anni la fiera si è evoluta, ha perso la caratteristica iniziale di compravendita del bestiame ed è diventata una rassegna di prodotti commerciali e artigianali. Il tutto condito con spettacoli, manifestazioni culturali e sportive, luna-park e fuochi artificiali. Attrae persone di tutta la provincia e anche oltre, una vera fiumana di gente si avventura fin lì dal mantovano e dal bresciano.

Lo spettacolo pirotecnico si tiene al castello ed è sensazionale, tra i più belli che abbia mai visto. Ma il vero divertimento fu andare sugli autoscontri con Emilia che, inconsapevole della mia pericolosità, urlò e rise per tutto il tempo in cui andammo allo sbaraglio sulla macchinina. Credo che non ci sia niente che mi divertisse più degli autoscontri. In assoluto. Adoravo premere l’acceleratore a fondo e puntare dritto verso un’altra auto. Emilia continuava a ridere e a gridare che ero pazza. Ecco, ho sbagliato, c’è una cosa che mi divertiva più degli autoscontri: andare sugli autoscontri con Emilia.

Una sera il cane del vicino si era messo ad abbaiare come un dannato e non la finiva più. Le prestai un paio di tappi per le orecchie, comprati in ferramenta, non in farmacia. La differenza è che quelli per lavoratori sono più soffici e tengono meglio la forma. La mattina dopo lo raccontò con un messaggio a un’amica, la quale rispose “Sei proprio sicura che questi tassi debbano andare nelle orecchie?”

Nulla da fare, Emilia non ricontrollava mai i testi prima di inviare ed era costante vittima del T9. I suoi SMS erano più o meno sempre involontariamente esilaranti.

Tutto quello che facevo con Emilia mi divertiva, a dire il vero. Oscillavamo tra lo spirituale e il faceto, tra tarocchi ed esami di linguistica inglese. Tra passeggiate coi cani nei i campi di pesche di Quaderni, che, mi diceva, sono fra le più pregiate della zona, e lanci di freccette che rischiavano di accecare i nostri accompagnatori.

Era meglio, molto meglio, che andare in pattini. Era come quella volta in cui andai a sentire Keith Jarrett all’Arena, nel 1995: esaltante, tangibile e mistico allo stesso tempo. Impareggiabile come il luogo in cui aveva deciso di elargire la sua arte. In occasione del concerto, però, non ero passata per la stazione e non mi era venuta voglia di pattinare. Era bastato lui, imponente eppure minuto fin quasi a perdersi dentro quell’immenso e ineguagliabile edificio. Perfetti, maestosi. Precisi come un metronomo e inderogabili come l’incontro con Emilia.

Qualche tempo dopo l’università finì, mi trasferii in Cina, lei si sposò. Banale, sciocco, eppure… A dirlo non ci si crederebbe: è da allora che non ci rivediamo. Solo foto e like su Facebook.

Dovrei tornare da Emilia. La sua vita è cambiata tanto, come la mia del resto. Non vive più in una frazione di Villafranca, è tornata in città e chissà se l’appartamento nuovo è esoterico come quello che conoscevo.

Questo mi spiace, Emilia mi manca. Mi mancano le risate, ma mi manca soprattutto quello che ci conduceva a quelle risate.

Inutile aggiungere che il 15 marzo di ogni anno il mio pensiero va a lei, ogni volta spero di essere la prima a farle gli auguri. Se esiste un’anima che sento affine, per mille motivi di cui solo ultime sono le risate, questa è lei. Abbiamo entrambe la nostra migliore amica e non è una sostituzione. Non c’entra nulla, è un rapporto diverso. È una corsa in scooter tra i marmi di Verona, è un voto basso di cui non ci è mai fregato nulla, è una catasta di libri a cui poi abbiamo dato fuoco per liberarci di pesi che gravavano più sull’anima che sulla schiena, è la magnificenza del castello di Villafranca addobbato a festa. È la storia di due grandi solitudini che si sono incontrate in una risata spudorata e genuina. Alla faccia di tutto il male che la vita non ci ha mai risparmiato.

La morte di Schizzo

La luce della luna entrava dalla finestra spalancata per il caldo.

Francesco, il cuore troppo colmo di sgomento per riuscire a dormire, si era acceso una sigaretta e si era affacciato a osservare la luna.

Cosa sarebbe successo ora?

Sì, avevano fatto l’amore alla fine, sì, era rimasta a dormire lì da lui, era ancora lì, nel letto, che respirava piano e ignorava la sua agitazione.

Era stata una bella serata, tutto era andato come aveva stabilito, persino il dolce era perfetto. Sì, ok, tutta la cena – che gli era costata un occhio della testa.

E poi, fortunatamente, era infine riuscito a essere puntuale, nonostante la giornataccia che aveva avuto.

Proprio per un soffio

 non era arrivato in ritardo, non se lo sarebbe mai perdonato.

Quel maledetto tossico gli aveva fatto perdere un sacco di tempo, proprio in casa sua doveva venire a schiattare?

cocaina-3

Sara non doveva assolutamente venire a sapere della sua doppia vita e quella era la sua serata, la serata in cui fin

alm

ente lei avrebbe ceduto alle sue lusinghe, la serata in cui la mosca sarebbe finita nella tela pazientemente costruita dal ragno in settimane e settimane di uscite e corteggiamenti, non potev

a permettere a un tossico morto di rovinargli tutto.

Un conto è gestire traffici, un conto è farsi. Non aveva mai avuto rispetto per i tossici.

Quel pomeriggio, Schizzo, contravvenendo a tutte le regole che da sempre Francesco aveva imposto, era venuto fino a casa sua perché, dopo essere stato derubato da una banda di gente più cattiva di lui, temeva che Francesco gli avrebbe come minimo tagliato una mano. Solo che prima di andare si era “ricaricato”, per farsi coraggio e, niente, aveva esagerato, e gli era venuto un colpo.

Difficilissimo trovare René e sistemare la faccenda, per fortuna i cocainomani infartuati non puzzano di vomito e schifo come gli eroinomani. L’unico problema era che era successo in pieno giorno, ma questo non era un problema suo, era un problema di René.

Tutto il riposo guadagnato in quella lunga mattinata di sonno che si era concesso era svanito nel pomeriggio.

Affacciato alla finestra ripercorreva tutti i passi della giornata andando indietro nelle ore, perché in cuor suo avrebbe voluto che tutta la sua vita parallela fosse rimasta fuori in quella giornata che doveva essere così speciale. Quel giorno doveva essere il “loro giorno” e basta.

Si era svegliato tardi, cercando appunto di recuperare le energie che voleva dedicare a Sara, aveva fatto un’ottima abbondante colazione e avrebbe trascorso il pomeriggio a sistemare i dettagli, andare dal barbiere eventualmente, comprare un piccolo presente. I fiori non erano un problema, li aveva fatti arrivare direttamente a casa.

Niente, Schizzo aveva rovinato tutto.

Un fruscio alle sue spalle lo distolse dai suoi pensieri, Sara si avvicinò e mordendogli il lobo sinistro gli disse, in un sussurro «Sono davvero felice».

In un istante Schizzo, René, le consegne svanite insieme ai soldi, gli impegni del giorno dopo, evaporarono dal suo cervello lasciando spazio ad una felicità che non aveva mai provato prima.

Dopotutto, era andata bene anche così.