TUTTI I MIEI AMICI SONO SUPEREROI – pag. 82-85

6 aprile 2009

LE DUE SCATOLEphpThumb_generated_thumbnail

La Perfezionista si era tirata su a sedere, lisciandosi la gonna. Aveva i capelli spettinati (ma in maniera perfetta). Lo fissò a lungo. Lo baciò tenendo gli occhi aperti. Un bacio durato così tanto che Tom non sapeva più dove finivano le sue labbra e dove cominciavano quelle di lei. Poi la Perfezionista si alzò. Puntò il telecomando verso il televisore e lo spense. Cercò la mano di Tom e gliela strinse. Salirono al piano di sopra, Tom sempre un gradino indietro che si sforzava di non fissarle il sedere. Continuavano a tenersi per mano. Tom avrebbe voluto avere il palmo meno sudato. Arrivati in cima alle scale, si diressero verso la camera da letto. Erano passati appena tre giorni dal loro primo bacio, eppure non era la prima volta che Tom entrava in quella camera. Era già successo poco meno di un mese prima. Un mercoledì notte. Erano stati tutti e due alla festa di compleanno di Orecchio, avevano bevuto e si erano trovati a tornare a casa assieme. Sulla porta di ingresso lei lo aveva invitato a salire. Tom aveva accettato. La Perfezionista non era stata con nessuno dopo aver lasciato Ipno. Il sesso con lui era stata un’esperienza perfetta, ma la perfezionista lo dava per scontato, in un rapporto. Tom le piaceva, era sicura che sarebbero diventati buoni amici, ma niente più. Non sapeva se la loro amicizia sarebbe sopravvissuta all’avventura di una notte, ma in quel momento si sentiva senza freni e l’aveva portato direttamente in camera. La Perfezionista aveva spinto Tom sul letto. Gli aveva sfilato la camicia. Gli aveva sfilato scarpe e calze. Gli aveva sfilato i pantaloni. Gli aveva sfilato i boxer. Con gli altri ragazzi la Perfezionista si sarebbe fermata qui. Ma quella volta no. Si sentiva sempre senza freni. Gli aveva sfilato la pelle. Glia veva sfilato il sistema nervoso. Glia veva aperto la gabbia toracica. Aveva preso in mano il suo cuore pulsante. E nascosto sotto ci aveva trovato un cofanetto dorato. L’aveva aperto e dentro c’erano le speranze di Tom, i suoi sogni e le sue paure. Ne era rimasta incantata, sorpresa di trovarli lì e affascinata dalla loro bellezza. Era stato in quel preciso momento che la Perfezionista si era innamorata di Tom. Aveva rimesso a posto il cofanetto, la pelle e i vestiti. E lo aveva abbracciato. La Perfezionista stava ripensando a quel momento, mentre, circa un mese dopo, si avvicinavano di nuovo alla camera da letto. Sulla soglia Tom accennò ad entrare. La Perfezionista no. Tirò dritto lungo il corridoio. In fondo c’era una stanza che Tom non aveva mai notato prima. La porta era chiusa. La Perfezionista gli lasciò andare la mano, aprì la porta e accese la luce. Dentro la moquette era logora e sbiadita, e dalle pareti in cartongesso spuntavano dei chiodi. Al centro della stanza c’erano due enormi scatole di cartone, con cui si sarebbero potuti imballare due congelatori. Su quella di sinistra, nella grafia della Perfezionista, c’era scritto AMICIZIA. Su quella di destra, con la stessa grafia, c’era scritto AMORE. Non c’erano altri oggetti nella stanza. Tom guardò la Perfezionista. La Perfezionista ricambiò lo sguardo. Tom si girò verso le scatole e poi di nuovo verso la Perfezionista. Si grattò la testa. – Allora? – chiese la Perfezionista. Tom la guardò, poi spostò gli occhi sulle scatole e infine di nuovo su di le. Ancora non capiva. – Quale scegli? – chiese lei. E con un gesto suggerì che doveva entrare in una delle due scatole. Tom si inoltrò nella stanza fermandosi in mezzo alle due scatole. Guardò quella con la parola AMORE e poi quella con la parola AMICIZIA. Non gli ci volle molto a decidere. Si avvicinò risolutamente alla scatola con la parola AMICIZIA. L’afferrò, la sollevò e la inserì nell’altra. Poi si voltò, prese in braccio la Perfezinista e l’adagiò dentro le scatole. Infine ci saltò dentro anche lui. Al mattino delle due sctole non rimaneva molto.

Guerra agli umani – pag. 62

6 gennaio 2009

E’ sudato. E’ sporco di terra. Ha le mani segate dalla fune.guerra_agli_umani_midsize

– Visto? – commenta raggiante. – Fortuna che aveva la corda. – Non è fortuna. E’ preparazione. – Ah, certo. Preparazione. In effetti non si può dire che l’Alpinista non sia preparato, per quanto un po’ sovrappeso. Metri di cordino arrotolati sulla spalla. Moschettone alla cintura. Zaino tattico. Elmetto da minatore. – Comunque, è dura prepararsi per tutto. Se scivolando si faceva male… – Macché scivolando. E’ solo allenamento. – Allenamento? E per che cosa? – Per il peggio. Come dice il motto: prepararsi per il peggio, pregare per il meglio! – Ah, molto interessante. Lo sa che io faccio l’esatto contrario? Preparati, Ciccione. E’ il tuo turno di rimanere basito. – Voglio dire: mi preparo per il meglio, cioè per stare meglio, insomma, una società migliore, e intanto prego che la corda del mondo si spezzi, perché vede, ho l’impressione che sia già piuttosto tirata, e allora non vorrei che cede di schianto e ci troviamo gambe all’aria, tanto vale che si rompe prima, quando ancora non tutto è perduto, capisce?, quindi se l’Occidente vuole suicidarsi, niente in contrario, l’eutanasia mi trova favorevole, purché non la si eserciti sul sottoscritto, che nel frattempo preferisce senz’altro dedicarsi ad altri tipi di eu: l’eudemonia, certo, ma anche l’eupepsia, se vogliamo guardare all’immediato, e l’eugenetica, perché no?, mi offro volontario per qualsiasi esperimento.pag.185 Sono contento di non aver concluso il baratto. Nulla è fatto per essere scambiato, nessuno si fa trapiantare un polmone al posto di un rene. Per questo il sottoscritto è contro ogni salario. Da lavoro dipendente. Da lavoro autonomo. Dal solo fatto di esistere. Quest’ultimo, per carità, mi spetterebbe con gli interessi: per anni si è tratto profitto dal mio corpo, dalle mie relazioni, dai miei desideri, senza degnarsi di pagarmi uno stipendio, un affitto, un contratto d’uso. La buona notizia è che non passerò a riscuotere. Mi riprendo la vita, e tanti saluti.

Wu Ming 2

Ho ammazzato J. F. Kennedy – pag. 90

1 gennaio 200921inf3sq0ll-_ac_us400_

Non che Muriel sia meglio o peggio di queste ragazze, e nemmeno il suo corpo era più bello, soprattutto se paragonato a quello della segretaria privata di Robert Kennedy. Muriel, la scomoda Muriel, era un testimone interessato della mia vita e, anche se ogni interesse è ambiguo e all’interesse di possedere soggiace il substrato della distruzione, il possesso scalda come una coperta vecchia, ma piena della vitalità di una lana conosciuta, adattata alla pelle nuda come una tiepida patria.Mantenere l’unità di una coppia è un esercizio artificiale, eppure conosco pochissimi esercizi rigorosamente naturali: mangiare, orinare, cacare, dormire e, forse, fornicare, anche se questo atto mi appare sempre più culturale. Sì, è un esercizio artificiale che abbisogna del continuo calcolo delle perdite e dei guadagni. Su questo precario equilibrio è possibile una vita in comune, perfino durevole. Ma talvolta, e soprattutto quando oppressi dalle circostanze esterne, si perde l’equilibrio e si rimane indietro come quel ciclista che vede distaccarsi il primo della fila, quello che tira. E succede che non si recuperi mai la distanza e ci si ritrovi sempre più distanti da una situazione passata.Forse ritorno sempre all’immagine spezzata di Muriel perché sono colto dall’angoscia del ciclista che pedala solo e con la sensazione di non poter più vincere la gara, e nessun’altra gara, così come non potrà abbandonare quella corsa che non può vincere. E’ molto complicato sostituire certe convinzioni esistenziali con altre e, in definitiva, questa sostituzione si rivela sempre assurda perché la vita, ci ho pensato parecchio, è una continuità di mosse fallite.

Manuel Vázquez Montalbán