
Studiare cinese. Perché?

Studiare cinese. Perché?
全部课程
A) 基础意大利语
B) 中级/高级意大利语
所有这些都将通过游戏和演绎活动、语言实际应用卡片和练习来完成
随着课程的展开,根据是否是为即将来到意大利的年轻人开设的,增加特定的词汇。
需要来意大利学习的年轻人,还是需要特定词汇的商务人士。
A) Basic Italian
B) Intermediate / Advanced Italian
A) Italiano di base
B) Italiano intermedio / avanzato
围棋与世界规则
开始接触围棋的时候, 在学习围棋规则以前, 老师先给我们介绍围 棋的棋具。
老师介绍说, 一般下棋的时候只需棋盘和棋子。围棋棋盘的形 状为正方形,上面为横竖间隔的方格图案。 横竖各为十九条平行线, 构成三百六十一个交叉点。[…] 棋盘上共有九个黑点,称作“星”, 棋盘中心的黑点称作“天元”,“天元”并没有其它特殊意义。
棋盘上的九个部分只是大致的划分,并没有严格的界限,在这 里只作笼统的说明。棋子下在星位上或天元上与棋的内容和规则都 没有直接关系。“星座”与“天元”只是棋盘的标位。
但是,尽管 只是棋盘的标位, 游戏者却常常就是从那个“星” 开始走棋的。 为什么呢?而且好像古代就是从“天元”开始的。 为 什么呢?
据说,围棋是公元前2300年左右,尧帝(公元前2357年-2255 年)为了训练他儿子 丹朱的才能而发明的。但是传说好像舜帝(公 元前2255年-2205年)的儿子也不是特别聪明,所以这两个传说就 有点混淆。
现在所发现的历史上对围棋的最早记载可能是《左傳》(公元 前4世纪左右),但在《论语》(公元前3世纪左右)、《孟子》上 围棋也被提及到,围棋当时被称作“弈”而不是“围棋”。从汉朝 开始,才开始“围棋”的叫法。
杨雄 (公元前 53年-公元后18年)曾说:“围棋谓之弈,自关而 东,齐鲁之间皆谓之弈。”
后来,在《弈旨》上 班固(公元前92年-公元后32年)开始使用现 代的名字,也开始对围棋有了进一步的描述: 局必方正,象地则也; 道必正直,神明德;棋有白黑,阴阳分也;[马并]罗列布,效天文也.
在张拟的《棋经十三篇》(1049年-1054年见)也发现了类似的描 述:”夫万物之数,从一而起,局之路,三百六十有一。一者,生数 之主,据其极而运四方也。三百六十,以象周天之数。分而为四隅, 以象四时。隅各九十路,以象其日。外周七十二路,以象其候。枯棋三百六十,白黑相半,以法阴阳。局之线道谓之枰,线道之间谓 之卦。局方而静,棋圆而动。自古及今,奕者无同局。” 以及《传》 曰:“日日新”。”
除了古代传说和部分可考证的古代文献外,还有其它的一些说 法解释棋盘上的黑点。古代的占卜传统帮助人们预测农作物的收成 和人的命运,但是随着社会的发展和变动,占卜更多地预测战争的 胜负。
人们经常将棋局比喻成战局,这小小的棋盘上也许正是一个浓 缩的战场。
毫无疑问,围棋是兵法的体现,也是一种复杂的智力游戏。下 好围棋需要具有高度的智慧,对自身和他人进行准确的判断,能够 平衡整体和局部之间的关系,具有很强的心理调节能力,既不过度 自信也不过度悲观,需要丰富的经验和思考能力。
如果不考虑假设的围棋是由占卜而来,难道不可以说围棋很好 的体现了人力学吗?
如果说西洋双陆棋是人与运气的比赛、而象棋是人与人的比赛, 那么围棋是人战胜自身的比赛,我个人认为,围棋不是人自己的比 赛,而是为了在比赛中提升和改进自己。
康德曾说过:“我头上的天空布满了星星,我的内心深处充满 了道德法律。”
这很象孔子的说教,但有趣的是,孔子不喜欢围棋,它认为下围棋 是在浪费时间。
Il Go e le regole del mondo
Quando ci si avvicina al Wei Qi [Go], prima ancora delle regole, ci vengono illustrati i materiali di gioco.
L’insegnante spiega che in genere servono solamente una scacchiera e delle pedine. La scacchiera del Wei Qi è quadrata o leggermente rettangolare, la scacchiera attuale [Go Ban] ha dipinte diciannove linee parallele che costruiscono 361 incroci. […] ci sono nove punti neri sulla scacchiera, chiamati “stelle”, il punto nero che sta nel cuore della scacchiera viene chiamato “Tian Yuan” [Cielo Primario], “Tian Yuan” non ha altri significati speciali.
La scacchiera è divisa in nove aree, senza confini precisi, queste sono solo istruzioni generali. I segni delle “Stelle” e dello Tian Yuan non sono direttamente correlati al contenuto e alle le regole del Wei Qi. Le costellazioni e il Tian Yuan sulla scacchiera sono solo dei punti neri senza significato.
Però a dispetto del fatto che “sono solo dei punti neri senza significato”, i giocatori spesso fanno le prime mosse partendo proprio da questi punti. Perché? Pare addirittura che in antichità ponessero la prima pietra proprio sul Tian Yuan. Perché?
Stando ad alcune leggende il Wei Qi sarebbe stato inventato intorno al 2300 a.C. ad opera dell’Imperatore Yao (2357-2255 a.C.) per istruire suo figlio Dan Zhu che non sembrava particolarmente dotato d’intelletto. Sembra però che anche l’Imperatore Shun (2255-2205 a.C) fosse afflitto da prole non molto brillante, quindi le due leggende si accavallano diventando indistinguibili.
Il primo riferimento scritto, comunemente ritenuto attendibile, è lo Zuo Chuan (ca. IV a.C), ma il gioco viene menzionato anche nei Lun Yu [Dialoghi – Confucio] (ca. III a.C.) e in Meng Zi, anche se in tutte queste opere ci si riferisce ad esso sempre e solo come Yi.
È solo a partire dagli Han che il gioco prende il nome tuttora in uso.
Yang Xiong (53 a.C. – 18) in dialetto ci disse: “Wei Qi è Yi,quello che tra i Qilu dell’Est è chiamato Yi.”
In ogni caso Ban Gu (32-92) nello Yi Zhi ce ne parla col nome attuale e inizia a darci delle informazioni importanti: la scacchiera deve essere quadrata,la forma deve ricordare la Terra; la via deve essere retta, di virtù divina;le pedine hanno il bianco e il nero, secondo la suddivisione di Yin e Yang; [Ma Bing] Luo Liebu, e questa suddivisione vale anche dal punto di vista astronomico.
Informazioni che troviamo più esaurientemente esposte nel Classico degli scacchi in tredici libri (1049-1054), scritto da un certo Zhang Ni che dice: L’Uno è l’origine del Tutto e gli incroci della scacchiera sono trecentosessantuno. L’Uno centrale porta in esistenza la completezza della volta celeste. Trecentosessanta sono i giorni dell’anno, divisi in settimane. A sua volta la scacchiera ha quattro angoli da novanta incroci come quattro sono le stagioni. La cintura esterna invece ha settantadue incroci divisi in cinque giorni. Le linee verticali e orizzontali sono chiamate “ping” e gli spazi interni sono chiamati “gua”(trigrammi). La quadrangolarità della scacchiera indica la quiete della Terra mentre la rotondità delle pedine equivale al moto del Cielo. Dall’antichità ad oggi il Wei Qi ha sempre utilizzato scacchiere difformi. Ma alla fine come si afferma nel commentario del duca di Zhou lo scopo è un rinnovamento ad ogni nuovo giorno.
Al di là delle leggende e dei riferimenti specifici, ci sono altre ipotesi che potrebbero spiegare queste rappresentazioni sulla scacchiera del Wei Qi.
La tradizione divinatoria cinese originariamente era volta a conoscere il fato tanto sui raccolti come su ogni altro tipo d’impresa umana, ma col complicarsi degli equilibri sociali, le divinazioni più ricorrenti si fecero via via sempre più interessate principalmente a questioni di guerra. Questo ha indotto alcuni a ritenere possibile l’esistenza di una scacchiera di divinazione, probabilmente basata su quadrati diagrammi magici e da qui a immaginare una possibile evoluzione in senso più ludico di tale scacchiera.
Il Wei Qi è un’arte marziale, su questo non vi è dubbio, ed è un’arte complessa per la quale sono necessari: forte lucidità e consapevolezza dei limiti propri e umani in genere, equilibrio costante tra il particolare e il totale, tra la sicurezza eccessiva e l’eccessiva preoccupazione, esperienza e ponderazione.
Senza seguire ipotesi forse troppo azzardate su possibili origini divinatorie, non è ammissibile credere che sia comunque una riuscita rappresentazione di certe dinamiche umane?
Si dice che il Backgammon rappresenti la lotta tra l’uomo e il fato, e mentre gli scacchi sono più rappresentativi della lotta dell’uomo contro l’uomo, il Wei Qi si percepisce come la lotta dell’uomo contro se stesso.
Anche se a mio parere più che una lotta contro, sarebbe meglio parlare di una lotta per migliorare se stesso.
Non è allora comprensibile che a qualcuno venga in mente di citare Kant quando dice: “The starry heavens above me and the moral law within me”?
Non è quasi Confuciano? E non è buffo che proprio Confucio condannasse il Wei Qi paragonandolo ad una inutile perdita di tempo?

难得一家大小一起放假,在年三十的大团圆日,来一次亲子之间的讲故事比赛吧,齐齐做评判,看看谁个家人说得最动听﹕
年的传说
传说中「年」是一种巨大而兇猛的怪兽,「年」有一个很大的头,也有一个很大的口,因为食物不夠,在冬天食物短缺使就会出来吃人。
因为「年」很可怕,村民都十分害怕它,想尽法子要趕走它,但到处都找不到好的工具方法。
又到一年的最后一天了,当大家都静捆静地想找地方藏身时,一个小朋友不小心碰撞了村口的大吊钟,吓得全村的村民也大叫起來,婴儿们也大哭不停,正當大定家都不知如何是好的时候,「年」出现了,吓得本来已收起了哭声的婴儿又大哭起来,本已藏起来的村民为了要救那些大哭的婴儿,也纷制纷走了出来,围在「年」的周围,还燃起熊熊的火光,把「年」给吓得逃回深山里,后余生的人们互相道賀:「恭喜逃过了年的威胁!」。
后来人们还发现原来「年」很怕红色、火光及很大的声响;于是家家戶戶就在下一个冬天,围在一起吃饭后就通宵守夜, 並在门上挂着紅色的桃木板 ,燃起熊熊的火光,敲打锅盘等器具发出很大的声音,以吓坎「年」兽。
第二天一早,又逃过一劫的村民便从屋裏走出来,开心地互道恭喜,並大肆庆祝!
演变至今,就成了过年要在门上贴红色的春联、放鞭炮、守岁以及见面互道恭喜的习俗了。
Difficilmente in una famiglia capita l’occasione in cui grandi e piccini passino le vacanze insieme, e nel felice giorno della vigilia di Capodanno si sta coi propri figli facendo gare di narrazione di storie, giudicando accuratamente ed esaminando chi tra i famigliari racconta la più piacevole:
La leggenda di Nian (Anno)
Il leggendario “Nian” (Anno) era un enorme mostro feroce con una grande testa e una grande bocca, siccome il cibo [già normalmente] non era sufficiente, la scarsità invernale lo induceva ad uscire per mangiare le persone.
A causa del terribile “Nian”, gli abitanti del villaggio avevano molta paura, e avevano cercato ogni mezzo per sbarazzarsi di lui senza riuscire a trovare nessun buon sistema applicabile.
Arrivato l’ultimo giorno dell’anno, quando tutto è statico e tutti cercano un luogo in cui ripararsi, un bambino distratto andò a sbattere contro la campana d’ingresso del villaggio e spaventando tutti gli abitanti del villaggio cominciò a gridare, così che anche gli altri bambini cominciarono a piangere a dirotto; e mentre nelle case nessuno sapeva cosa fare, “Nian” apparì, spaventando ovviamente i bambini che avevano già smesso di piangere e che ora ricominciarono. Così gli abitanti del villaggio nascosti per accudire i bambini che piangevano, vennero fuori uno alla volta circondando “Nian”, accendendo anche un furioso incendio, procurando a “Nian” una paura tale che lo fece ritirare nel profondo delle montagne, dopodiché le persone così sopravvissute si congratularono l’un l’altra: “Congratulazioni! Siamo fuggiti alla minaccia di “Nian”!” Successivamente si è anche scoperto che “Nian” teme il colore rosso, la luce del fuoco e i forti rumori; quindi ogni famiglia, ad ogni inverno, si riuniva per la cena della notte della veglia, appendeva una tavoletta di mogano rosso fuori dalla porta, accendeva un grosso fuoco e produceva un forte rumore sbattendo pentole, padelle e altri strumenti, in modo da spaventare la bestia “Nian”.
La mattina dopo, gli abitanti del villaggio sfuggiti al pericolo uscivano dalle proprie case, felici per congratularsi l’un l’altro e festeggiare!
Ora questa festività si è sviluppata e semplicemente a capodanno si appendono distici rossi fuori dalla porta, si fanno scoppiare petardi e si sta svegli tutta la notte per il veglione così come è costume riunirsi per congratularsi.
Vorrei fare una riflessione su una questione che mi assilla da un po’.
Io sono un’editor (oltre a tante altre cose) e nell’evoluzione di questa mia professione ho risucchiato nozioni su nozioni per essere sempre più ferrata in materia, per non lasciare nulla al caso e per essere ben lucida e consapevole di quello che poi vado ad operare sui testi altrui (e anche miei in fase di creazione).
E, forse vi sembrerò ingenua se ora me ne esco con una riflessione che vi sembrerà ovvia, ma mi sono ovviamente resa conto che le varie scuole di scrittura, i suggerimenti, i diktat, sono sempre più o meno quelli. Soprattutto quando provengono dagli autori contemporanei, ma anche già dall’inizio del secolo scorso.
Si inneggia la sintesi, lo show don’t tell, azzerare gli aggettivi, annientare gli avverbi, fobia per i gerundi e per le consecutive. La sintassi deve essere asciutta. Il messaggio deve essere come la freccia di un arco: arrivare al centro dell’anima del lettore e abbatterlo al primo colpo. (Ho riassunto in modo grossolano, ma più o meno la questione è questa).
Ora, io mi ricordo che quando studiavo letteratura alle superiori e all’università, talvolta usciva questa parolina “canone”. La treccani al lemma CANONE ci dice queste cose:

Ecco, noi, ora come ora, stiamo seguendo un canone. Un canone che ci arriva dalle elaborazioni e le evoluzioni del secolo scorso. No, non tutti, solo quelli di noi che hanno fatto corsi di scrittura creativa e quelli che si affidano agli editor.
Come la letteratura cavalleresca si omologava al proprio tempo, noi ci omologhiamo al nostro.
E va bene così, la mia non è una critica a ciò che facciamo.
Ma io mi e vi chiedo: dato questo, è possibile decidere scientemente dove vogliamo andare?
Noi stiamo prendendo i canoni che ci sono stati lasciati in eredità (quelli tra noi che conoscono la narrativa del ‘900) e poi? Che ne facciamo? Cosa vogliamo farne? Vogliamo applicarli pedissequamente, bovinamente (e già qui ho usato due avverbi in -mente uno di seguito all’altro) come fossero maglie a taglia unica che deve andare bene a tutti e se ti va bene ok altrimenti scendi dalla giostra?
Non vi lascio con la mia risposta, perché non ce l’ho, vi lascio con delle domande.
Stiamo o non stiamo scrivendo anche noi dei nuovi canoni? Se sì, quali sono? Se no, cosa dobbiamo fare per evolverci? È indispensabile evolversi? Se sì, in che direzione e perché?
Ecco. Queste le mie riflessioni da qualche tempo a questa parte.
Loro ti aspettano in una baracca di latta. Il biglietto per lo spettacolo va prenotato con un certo anticipo, fissando giorno e ora. Puoi prenotare uno, due o dieci biglietti ma sarai comunque solo quando entrerai. L’uomo sta davanti ad una tenda nera, con un orologio in mano, ti farà entrare solo cinque minuti dopo chi ti ha preceduto.
Giunto il tuo turno, con un gesto cortese, l’uomo t’indicherà la direzione, nient’altro.
Scosterai il pesante tendaggio nero e un mondo certamente inaspettato ti accoglierà.

Il cortile è immenso, nel buio della notte scorgi alberi al perimetro, l’unica luce disponibile è quella di un fuoco posto a lato del cortile. Ti avvicini e nella penombra una zingara che ti fa cenno di accomodarti, di sederti sul ceppo dall’altra parte del fuoco, di fronte a lei. Ti spiega che stai per intraprendere un percorso e che devi avere una domanda, una domanda importante e personale che lei non vuole conoscere. La tua domanda ti accompagnerà lungo tutto il percorso. Importa solo che tu sappia bene ciò che desideri sapere.
Ti lascerà il giusto tempo per riflettere e quando sarai pronto ti accompagnerà in una stanzetta, ti chiederà le scarpe, e ti dirà di restare lì ad attendere. Chiuderà la porta e tu capirai di non poter più tornare indietro.
Nella stanzetta c’è un lettino piccolo, un armadio pieno di abiti, il soffitto è basso e le pareti tutte chiare. Sembra la stanza di una fatina. C’è luce ma è soffusa, uniforme e non si capisce da dove viene, è calda. Il ticchettio di una sveglia ti raggiunge nel silenzio ma non c’è modo di capirne la provenienza, non c’è nessuna sveglia nella stanza, ci sono solo vestiti, vestiti appesi ovunque, l’armadio aperto sembra una raggiera di vesti che si estendono nel piccolo spazio circostante.
D’improvviso, dall’armadio si spande il suono di un carillon, ma tutto sembra uguale a prima e il carillon non c’è.
Fissi l’armadio per capire cosa succede e vedi che gli abiti cominciano a ondeggiare. Aspetti, capisci che non è casuale, sta per succedere qualcosa… succede qualcosa, proprio a te. Appare una mano tra i panni appesi, la mano, solo la mano, ti invita, tu la tocchi ma non hai ancora abbastanza coraggio per decidere di seguirla, è tutto strano e straniante, ma poi ti accorgi che sta arrivando qualcuno, che la zingara forse sta venendo a prenderti e capisci che è la tua ultima possibilità, o ci stai o torni indietro. È un attimo, un momento d’eccitazione, di paura, decidi e rischi, afferri la mano che ti chiama e ti trovi avvolto ovunque dai vestiti, vestiti di tutti i tipi, appesi ovunque, non vedi dove sei, ci sono troppi vestiti e devi scansarli, devi farti largo. La mano è sparita insieme al suo proprietario che ancora non hai mai visto, procedi con calma guardandoti attorno, spostando gonne, pantaloni, abiti lunghissimi… poi un’ombra corre tagliandoti la strada, eccolo, è lui! Ma corre tra le grucce sovraccariche, cerchi di afferrarlo ma lui corre, si ferma un attimo, ti guarda e scappa di nuovo, sembrerebbe un arabo, per lo meno è abbigliato come tale, ha il volto scuro ma dolce, vorresti parlargli ma quando stai quasi per prenderlo sei già vicina ad un altro tendone nero, qualcuno ti afferra, troppo in fretta perché tu possa capire cosa succede.
Uno specchio sotto gli occhi, messo in modo che tu non riesca più a vedere il pavimento, il tuo mondo ora è rovesciato. Quel che vedi non sta sotto i tuoi piedi, sta sopra, lo sai, eppure non riesci a controllare la tua paura, sembra di camminare nel vuoto. Un vuoto poco profondo, come se ti trovassi in barca sopra un mare limpidissimo, i piedi che si muovono sono i tuoi, ma non sai esattamente dove ti portano, stai guardando nell’azzurro di quell’acqua limpida, ti godi il panorama lì giù in “basso”. Qualcuno ti tiene per le spalle guidando il tuo passo incerto perché sa che presto potresti avere davvero bisogno; dopo pochi passi, infatti, il vuoto profondo aumenta di colpo, ti trovi sull’orlo di un baratro e infondo a quell’azzurro vedrai un uomo che cade, o annega, è come un gradino, dopo quel gradino potresti precipitare insieme a lui. Ti fai forza, ti convinci che non è vero, che quello che vedi è sopra, non è sotto, i tuoi piedi sono al sicuro, non c’è niente, non succederà nulla ma stai fermo, atterrito, avanzi di pochi millimetri per volta finché hai la certezza assoluta che non precipiterai. E se quel passo lo fai è un miracolo, perché capisci che stai camminando nel vuoto e che anche se non precipiti quel vuoto è più vuoto che mai ed è tutto tuo, vero più che mai, puoi farne quello che vuoi.
Alla fine di questa magia percorri un corridoio fatto di tendoni scuri, fino a che incontri una maga seduta davanti a un altare che davanti alla luce di un candelabro mischia delle carte. Ti fa cenno di sederti e di scegliere una carta, non la vedi, le carte sono coperte, sarà lei a scoprire la carta che scegli e ti racconterà una storia, o forse due, quello è il tuo Oracolo.
Il mio è la Papessa, ci ha messo un cordoncino e me lo ha appeso al collo chiedendomi di averne cura fino alla fine del mio viaggio, annunciandomi che forse l’avrei prima o poi smarrita ma di non preoccuparmi perché l’avrei certo ritrovata in un giardino, un giardino speciale. Ha aperto una tenda e mi ha indicato la mia strada.
Ho fatto pochi passi in un corridoio immerso nella penombra finché mi sono ritrovata in una stanza che conteneva scrigni, piccoli tesori, forse la tana di un folletto, fuori poteva esserci un bosco; lì ho trovato un baule dove infatti un folletto dormiva, mi sono avvicinata, non c’era molta luce, lui poi si è svegliato e mi ha pregata di sedermi vicino al suo baule. Ha preso le mie mani, ha giocato un po’ con le mie dita, i miei palmi, guardandoli attentamente, poi ha depositato sul palmo della mano destra un seme, dicendo che quel seme era la mia domanda e di custodirla. Ha guardato la carta che avevo al collo ed è uscito dal baule. Con una chiave ha aperto uno scrigno dal quale ha estratto un libro fatto di foglie secche nel quale c’era una pagina con l’immagine della Papessa, nella pagina successiva c’era una chiave che mi ha consegnato dicendomi di conservarla che mi sarebbe servita più avanti.
Anche lui mi ha indicato la via da seguire poi si è rimesso a dormire nel baule.
Il corridoio che ho seguito dopo questo incontro era lungo, fatto di scale e curve, salite e discese, sempre tra il buio e la penombra, percepivo profumi, suoni, tutto era ovattato. Volevo andare con calma, non volevo che finisse troppo presto, però ero anche molto curiosa di sapere cosa mi sarebbe successo dopo e di cose me ne sono successe! Talmente tante, talmente forti, che i ricordi si sovrappongono, si confondono e si sostituiscono. Alcuni eventi hanno una successione chiara, necessaria, altri svaniscono o risultano inspiegabili. Perciò non ricordo cosa accadde dopo aver incontrato il folletto o chi vidi, so però che il seme, il mio quesito non lo tenni in mano a lungo, perché incontrai uno strano essere tutto gioioso che sembrava uscito da Alice nel paese delle Meraviglie, aveva un cilindro rosso in testa e uno strano abbigliamento, sembrava finto ma era vero, uscito da una pagina di fiaba; nella stanza c’erano tanti vasetti per piante, ma erano piccolissimi, in alcuni c’era la terra, altri erano ancora vuoti. Mi fece capire a gesti che dovevo sceglierne uno, poi mi prese una mano e la immerse in un baule di legno dove teneva della terra e mi fece piantare il seme. Soddisfatto e felice della mia scelta mi indicò la strada per proseguire.
Credo che camminai molto, spostai molte tende e andai a finire in una stanza tutta bianca piena di veli bianchi appesi dove mi apparve una donna vestita di bianco, l’abito importante, ricamato, bello, era Lei, la Papessa, la mia carta, ero io; si fece inseguire un po’ tra i tendaggi lunari e quando la raggiunsi mi fece vedere la biglia che teneva in mano, la inseguii ancora un po’ finché si decise a darmela ma poi la rivolle quasi subito, la infilò in un buco nella parete e mi chiese di seguire il percorso della biglia ascoltandone il rumore attraverso la parete. Quasi nessuno parlava con me, non era necessario, tutti i sensi erano talmente protesi che la necessità della parola era quasi completamente svanita.
Inseguii la biglia fino alla Stanza della Biglia, c’erano percorsi d’acqua metallo e legno, c’era una enorme spirale di ferro dove la biglia correva e correva, correva senza fermarsi o rallentare. Alla fine la ripresi e la tenni nella stessa mano dove avevo la chiave, ero certa che ormai tutto avrebbe avuto un seguito e un senso.
Trovai una donna seduta con un piccolissimo tavolo pieno di minuscoli oggetti che riordinava continuamente. Tra questi una bilancina da droghiere e fui invitata a scegliere due oggetti che potessero stare in equilibrio, era la signora Temperanza, che riprese la biglia e la infilò in un buco, e prima di lasciarmi andare mi fece innaffiare un vasetto pieno di terra, dicendomi che dovevo dare da bere alla mia domanda.
Fu poi la volta del Bagatto, il Bagatto mi fece giocare molto, con le mani, e con le luci impressionò la mia immagine su un cerchio enorme che poi fece girare e fummo felici di scoprire che la mia immagine ricadde quasi dritta.
Trovai un deserto lunare fatto di sabbie colorate, azzurre e arancioni con un cumulo di pietre al centro su cui gocciolava acqua dall’alto; trovai una barbona indiana che dormiva a terra e mi fece chiudere gli occhi e giocare con la sabbia prendendomi le mani, con una ciotola in bronzo creò un suono da fumatore d’oppio, poi si rimise a dormire dimenticandosi di me. Riaprii gli occhi e continuai a camminare. Arrivai, dopo alcune scale, ad un corridoio più buio di quelli percorsi fino a quel momento.
Al fondo di questo corridoio stava una stanza dalla quale si poteva udire della musica, era un vecchio giradischi che spandeva musica anni Venti, pensai che dovevo raggiungere questa stanza, non sempre era facile capire quale fosse il percorso esatto, era sempre più buio… ma, insomma, l’invito, in questo caso era chiaro… ma c’erano delle ombre lungo il corridoio cupo. Ombre immobili, uno aveva un cilindro; ma non facevano nulla, allora pensai che se dovevo incontrarle le avrei certamente incontrate dopo, volevo prima vedere la stanza. Andai e appena fui dentro la porta si richiuse violentemente alle mie spalle, mi voltai di scatto e lo vidi, era un uomo in frac, aveva un cilindro nero in testa, era alto e bello, biondo e riccio, aveva lo sguardo malizioso di chi sa di averti preso in trappola. Mi fece notare i grappoli d’uva appesi ad un lato della stanza e mi invitò a servirmi. Stavo per prenderne uno ma mi convinse che ce ne erano dei migliori, ne scelsi uno buono e stavo per mangiarlo quando mi fermò e mi fece sedere davanti ad un alto tavolino, lui mi si sedette di fronte e mi istigò a giocare. Lo sguardo vagava tra il malizioso e il persuasivo, come un bravo venditore, come un provetto seduttore.
Eliminò il telo bianco che copriva il tavolino e mi chiese, sempre a gesti, di sollevare le maniche del vestito, credevo volesse sfidarmi a braccio di ferro. Gli porsi la mano ma sorridendo nel solito seduttivo modo mi fece capire che dovevo tenere il chicco d’uva nella mano che gli porgevo.
Accostò la sua mano alla mia, prima delicatamente per poi iniziare a stringere. Stringeva sempre di più, fino a quando il chicco d’uva si spappolò e cominciammo una specie di danza con le mani tutte bagnate del succo dell’acino spiaccicato. Mi guardava dritto negli occhi. Era uno sguardo preciso, era una sfida emotiva, voleva vedere fino a che punto avrei accettato il gioco e contemporaneamente farmi capire che ormai ero comunque in trappola. Le mani, le dita, si contorcevano attorno alle mie mani, alle mie dita come fossero baci, tra i più passionali, ero imbarazzata, soprattutto dal fatto che mi piaceva e mi sentivo impotente e in sua completa balìa.
Quando pezzetto dopo pezzetto, goccia dopo goccia, non rimase proprio più nulla del chicco d’uva, mi invitò a guardare al centro di questo strano tavolino: non era un tavolino era un parallelepipedo vuoto e infondo a terra si potevano vedere i resti di altre decine e decine di chicchi d’uva. Come ci si rimane? Sai che non sei più il solo ad essere caduto nel malizioso gioco, e questo è triste ma anche divertente: capisci che quello è davvero il Diavolo, chi altro mai? E che, è evidente, non se la fa solo con te.
Mi ha fatta alzare e con un gesto rapido da seduttore mi ha afferrata per le spalle premendo il suo corpo dietro al mio, col suo fiato tra i capelli e la mano libera ha guardato la mia carta, e mentre pensavo che ero fatta, adesso mi avrebbe baciata, perché sì, era uno spettacolo, ma fino a che punto si può arrivare?
Altrettanto velocemente mi spalanca una porta diversa da quella da cui sono entrata e mi trovo davanti la figura del Diavolo… Lo sapevo, non poteva essere che così.
C’è una bacinella con acqua calda, mi lavo le mani e percorro un corridoio pieno di corde di tutte le misure, le scanso perché intralciano il cammino, da lontano vedo una costruzione in legno, tipo piramide con la punta tronca, la luce come sempre non è mai sufficiente. Prima di arrivare in questo spazio vedo subito la carta dell’Appeso. Bene, so cosa mi spetta.
Ecco, lo spazio si slarga e scorgo la figura di un bruto. Un tipo basso, tarchiato con capelli cortissimi e barba incolta che più che ricoprire il viso lo invade, è corrucciato e sembra fare calcoli strani scrivendo su una parete. Mi vede, mi squadra, ho un po’ paura, ha la faccia da psicopatico, mi guarda storto, non so cosa farà.
Decide che può usarmi in qualche modo, mi piglia e mi piazza con la schiena contro al muro, sono irrequieta, mi sento davvero in trappola, ma aspetto (del resto, che posso fare?). Prende una corda e sembra prendermi delle misure ma lo fa appoggiando il suo enorme pancione contro il mio corpo. Non so cosa fare, sono tra la paura e il divertimento, fa passare la corda intorno ai fianchi, poi misura il mio viso, bloccando la cordella ad ogni curva con un dito, dopo la fronte prima del naso, tra il naso e il labbro superiore, nella conca del mento, sotto il mento e scende, misura la lunghezza del mio torace… Quando si fermerà? Si ferma lì.
Si stacca da me e mi prende per mano. Ci avviciniamo alla struttura di legno e vedo che dall’alto scende una corda con un sasso legato al fondo il quale appoggia ad una tavola di legno trasversale a metà altezza rispetto all’intera struttura. Lega le cordelle con le “mie misure” al capo della corda che tiene il sasso e comincia a sollevarlo. Mi spiega a gesti che devo legare l’altra cima dal lato opposto della struttura tronca in modo che passi parallelamente sopra l’asse dove si trovava il sasso prima che venga alzato poi prende una candela, la accende e la piazza sull’asse sotto la cordella. Velocemente mi prende per mano, dolcemente per allontanarmi mentre io a questo punto rido, anche lui ride, ride del mio divertimento e, questa volta ne ho la certezza, per la prima volta a qualcuno cade la maschera. Forse che ci si mettesse a ridere non era previsto, ridiamo insieme allontanandoci mentre lui parla e mi dice “dai, vieni via”. Mi abbraccia mentre la cordella brucia facendo cadere il sasso che spegne la candela, e ridiamo sempre di più. E adesso devo proseguire ma non vorrei, vorrei che venisse con me, perché adesso gli voglio bene e non voglio andare più via.
Ma lui mi fa strada…
È la volta del grano. C’è una stanzetta bassissima, per entrare ci si deve piegare, soffitto e pareti sono di teli bianchi che fanno curve morbide, il pavimento non si vede, è ricoperto di grano, tantissimo grano, ci sono almeno venti centimetri di chicchi di grano. La ragazza che siede lì dentro mi fa sedere, fa scendere una pioggerella di grano sulla mia testa poi si rotola nel grano incitandomi a imitarla, c’è un momento di euforia, ci lanciamo il grano, ci sdraiamo, ci rotoliamo, ci piacciamo. Mi fa dono di una manciata di grano, scopre sotto lo strato di grano l’immagine delle Stelle, credo, e mi fa uscire da un buchetto stretto.
Dall’altra parte c’è un uomo anziano vestito di bianco che mi accoglie e mi fa sedere, mi chiude gli occhi e con uno strano strumento crea un suono alle mie spalle, che dopo un po’ sembra penetrare in tutto il mio corpo. Mi rilasso, tanto da dimenticarmi del posto, dimenticando tutto, persino chi sono. Ovviamente poi smette, guarda il mio ciondolo, mi chiede cosa significa, gli dico che è il simbolo zodiacale dei Pesci e mi sorride. Mi fa mettere il grano nella macina e mi illustra il processo di creazione della farina, la raccoglie e la pone nelle mie mani e indicandomi ancora la direzione in cui proseguire.
A questo punto accade la cosa più incredibile del viaggio.
Sono in un corridoio scuro e infondo all’altezza del viso c’è un riquadro, sembra una specie di piccolo teatrino dei pupi, dentro mi pare ci sia una ballerina, è troppo buio per averne certezza, il teatrino è illuminato di rosso. Apparentemente non ci sono altre uscite così mi avvicino per guardare lo il piccolo spettacolo dentro al piccolo riquadro, ma subito la luce si spegne. Rimango lì al buio come una scema e subito due mani afferrano le mie caviglie. Mi chino e quelle stesse mani incontrano le mie ancora piene di farina, le mani, quelle non mie, trascinano le mie in una fessura rasoterra e cominciano ad accarezzarle. Le uniche parole che possono descrivere ciò che è accaduto è dire che ho fatto l’amore con le mani. Le mani, quelle mani, hanno fatto fremere tutto il mio corpo, mani, farina e sensualità, sembrava non finire mai, e credo di essermi innamorata. Volevo piangere, volevo vederlo, conoscerlo, toccare, non solo le sue mani ma tutto il suo corpo.
Volevo andare oltre.
Sono andata oltre.
L’ho amato e lo amo ancora. Abbiamo curato la farina e abbiamo impastato e nella pasta quelle mani, le nostre mani, tutte le mani, affondavano senza più distinguere quali fossero le mie e quali fossero le sue.
Mi ha regalato un po’ di pasta, frutto di quell’amore, e a quel punto il tendone nero alla mia sinistra si è aperto. L’ho lasciato a malincuore e ho proseguito. Subito dopo ho depositato la mia pasta dove mi è stato richiesto e sono andata ancora avanti. Altre cose sono successe, ho perso la mia carta e l’ho ritrovata in un giardino davvero speciale, come mi avevano detto; mi sono smarrita e mi sono ritrovata, ho incontrato il Sole e la Morte e alla fine ho usato la mia chiave per uscire. Mi sono ritrovata in una specie di cucina medievale dove ho bevuto tè e ho mangiato il pane che avevo fatto “con tanto amore”.
Una volta uscita ho trovato le mie scarpe ma non me stessa. Ci ho messo un po’ per accettare che tutto fosse finito. E tuttora cerco di capire e ritrovare i segni che ha lasciato nel mio animo.
Non aggiungo altro. Lascio odori, suoni, profumi, esperienze tattili, emotive, immaginazione e tutto quello che non ricordo o che ricordo confusamente alla fantasia di chi legge questi appunti, perché quel che manca si può trovare solo lì.
Con tutto l’amore che ho trovato in Oracoli.
autunno 1997