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Cànone Nostro

Vorrei fare una riflessione su una questione che mi assilla da un po’.

Io sono un’editor (oltre a tante altre cose) e nell’evoluzione di questa mia professione ho risucchiato nozioni su nozioni per essere sempre più ferrata in materia, per non lasciare nulla al caso e per essere ben lucida e consapevole di quello che poi vado ad operare sui testi altrui (e anche miei in fase di creazione).

E, forse vi sembrerò ingenua se ora me ne esco con una riflessione che vi sembrerà ovvia, ma mi sono ovviamente resa conto che le varie scuole di scrittura, i suggerimenti, i diktat, sono sempre più o meno quelli. Soprattutto quando provengono dagli autori contemporanei, ma anche già dall’inizio del secolo scorso.

Si inneggia la sintesi, lo show don’t tell, azzerare gli aggettivi, annientare gli avverbi, fobia per i gerundi e per le consecutive. La sintassi deve essere asciutta. Il messaggio deve essere come la freccia di un arco: arrivare al centro dell’anima del lettore e abbatterlo al primo colpo. (Ho riassunto in modo grossolano, ma più o meno la questione è questa).

Ora, io mi ricordo che quando studiavo letteratura alle superiori e all’università, talvolta usciva questa parolina “canone”. La treccani al lemma CANONE ci dice queste cose:

Canone Treccani

Ecco, noi, ora come ora, stiamo seguendo un canone. Un canone che ci arriva dalle elaborazioni e le evoluzioni del secolo scorso. No, non tutti, solo quelli di noi che hanno fatto corsi di scrittura creativa e quelli che si affidano agli editor.

Come la letteratura cavalleresca si omologava al proprio tempo, noi ci omologhiamo al nostro.

E va bene così, la mia non è una critica a ciò che facciamo.

Ma io mi e vi chiedo: dato questo, è possibile decidere scientemente dove vogliamo andare?

Noi stiamo prendendo i canoni che ci sono stati lasciati in eredità (quelli tra noi che conoscono la narrativa del ‘900) e poi? Che ne facciamo? Cosa vogliamo farne? Vogliamo applicarli pedissequamente, bovinamente (e già qui ho usato due avverbi in -mente uno di seguito all’altro) come fossero maglie a taglia unica che deve andare bene a tutti e se ti va bene ok altrimenti scendi dalla giostra?

Non vi lascio con la mia risposta, perché non ce l’ho, vi lascio con delle domande.

Stiamo o non stiamo scrivendo anche noi dei nuovi canoni? Se sì, quali sono? Se no, cosa dobbiamo fare per evolverci? È indispensabile evolversi? Se sì, in che direzione e perché?

Ecco. Queste le mie riflessioni da qualche tempo a questa parte.

Il teatro sensoriale di Enrique Vargas

ORACOLI

 

Loro ti aspettano in una baracca di latta. Il biglietto per lo spettacolo va prenotato con un certo anticipo, fissando giorno e ora. Puoi prenotare uno, due o dieci biglietti ma sarai comunque solo quando entrerai. L’uomo sta davanti ad una tenda nera, con un orologio in mano, ti farà entrare solo cinque minuti dopo chi ti ha preceduto.

Giunto il tuo turno, con un gesto cortese, l’uomo t’indicherà la direzione, nient’altro.

Scosterai il pesante tendaggio nero e un mondo certamente inaspettato ti accoglierà.

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Il cortile è immenso, nel buio della notte scorgi alberi al perimetro, l’unica luce disponibile è quella di un fuoco posto a lato del cortile. Ti avvicini e nella penombra una zingara che ti fa cenno di accomodarti, di sederti sul ceppo dall’altra parte del fuoco, di fronte a lei. Ti spiega che stai per intraprendere un percorso e che devi avere una domanda, una domanda importante e personale che lei non vuole conoscere. La tua domanda ti accompagnerà lungo tutto il percorso. Importa solo che tu sappia bene ciò che desideri sapere.

Ti lascerà il giusto tempo per riflettere e quando sarai pronto ti accompagnerà in una stanzetta, ti chiederà le scarpe, e ti dirà di restare lì ad attendere. Chiuderà la porta e tu capirai di non poter più tornare indietro.

 

Nella stanzetta c’è un lettino piccolo, un armadio pieno di abiti, il soffitto è basso e le pareti tutte chiare. Sembra la stanza di una fatina. C’è luce ma è soffusa, uniforme e non si capisce da dove viene, è calda. Il ticchettio di una sveglia ti raggiunge nel silenzio ma non c’è modo di capirne la provenienza, non c’è nessuna sveglia nella stanza, ci sono solo vestiti, vestiti appesi ovunque, l’armadio aperto sembra una raggiera di vesti che si estendono nel piccolo spazio circostante.

D’improvviso, dall’armadio si spande il suono di un carillon, ma tutto sembra uguale a prima e il carillon non c’è.

Fissi l’armadio per capire cosa succede e vedi che gli abiti cominciano a ondeggiare. Aspetti, capisci che non è casuale, sta per succedere qualcosa… succede qualcosa, proprio a te. Appare una mano tra i panni appesi, la mano, solo la mano, ti invita, tu la tocchi ma non hai ancora abbastanza coraggio per decidere di seguirla, è tutto strano e straniante, ma poi ti accorgi che sta arrivando qualcuno, che la zingara forse sta venendo a prenderti e capisci che è la tua ultima possibilità, o ci stai o torni indietro. È un attimo, un momento d’eccitazione, di paura, decidi e rischi, afferri la mano che ti chiama e ti trovi avvolto ovunque dai vestiti, vestiti di tutti i tipi, appesi ovunque, non vedi dove sei, ci sono troppi vestiti e devi scansarli, devi farti largo. La mano è sparita insieme al suo proprietario che ancora non hai mai visto, procedi con calma guardandoti attorno, spostando gonne, pantaloni, abiti lunghissimi… poi un’ombra corre tagliandoti la strada, eccolo, è lui! Ma corre tra le grucce sovraccariche, cerchi di afferrarlo ma lui corre, si ferma un attimo, ti guarda e scappa di nuovo, sembrerebbe un arabo, per lo meno è abbigliato come tale, ha il volto scuro ma dolce, vorresti parlargli ma quando stai quasi per prenderlo sei già vicina ad un altro tendone nero, qualcuno ti afferra, troppo in fretta perché tu possa capire cosa succede.

Uno specchio sotto gli occhi, messo in modo che tu non riesca più a vedere il pavimento, il tuo mondo ora è rovesciato. Quel che vedi non sta sotto i tuoi piedi, sta sopra, lo sai, eppure non riesci a controllare la tua paura, sembra di camminare nel vuoto. Un vuoto poco profondo, come se ti trovassi in barca sopra un mare limpidissimo, i piedi che si muovono sono i tuoi, ma non sai esattamente dove ti portano, stai guardando nell’azzurro di quell’acqua limpida, ti godi il panorama lì giù in “basso”. Qualcuno ti tiene per le spalle guidando il tuo passo incerto perché sa che presto potresti avere davvero bisogno; dopo pochi passi, infatti, il vuoto profondo aumenta di colpo, ti trovi sull’orlo di un baratro e infondo a quell’azzurro vedrai un uomo che cade, o annega, è come un gradino, dopo quel gradino potresti precipitare insieme a lui. Ti fai forza, ti convinci che non è vero, che quello che vedi è sopra, non è sotto, i tuoi piedi sono al sicuro, non c’è niente, non succederà nulla ma stai fermo, atterrito, avanzi di pochi millimetri per volta finché hai la certezza assoluta che non precipiterai. E se quel passo lo fai è un miracolo, perché capisci che stai camminando nel vuoto e che anche se non precipiti quel vuoto è più vuoto che mai ed è tutto tuo, vero più che mai, puoi farne quello che vuoi.

 

Alla fine di questa magia percorri un corridoio fatto di tendoni scuri, fino a che incontri una maga seduta davanti a un altare che davanti alla luce di un candelabro mischia delle carte. Ti fa cenno di sederti e di scegliere una carta, non la vedi, le carte sono coperte, sarà lei a scoprire la carta che scegli e ti racconterà una storia, o forse due, quello è il tuo Oracolo.

Il mio è la Papessa, ci ha messo un cordoncino e me lo ha appeso al collo chiedendomi di averne cura fino alla fine del mio viaggio, annunciandomi che forse l’avrei prima o poi smarrita ma di non preoccuparmi perché l’avrei certo ritrovata in un giardino, un giardino speciale. Ha aperto una tenda e mi ha indicato la mia strada.

Ho fatto pochi passi in un corridoio immerso nella penombra finché mi sono ritrovata in una stanza che conteneva scrigni, piccoli tesori, forse la tana di un folletto, fuori poteva esserci un bosco; lì ho trovato un baule dove infatti un folletto dormiva, mi sono avvicinata, non c’era molta luce, lui poi si è svegliato e mi ha pregata di sedermi vicino al suo baule. Ha preso le mie mani, ha giocato un po’ con le mie dita, i miei palmi, guardandoli attentamente, poi ha depositato sul palmo della mano destra un seme, dicendo che quel seme era la mia domanda e di custodirla. Ha guardato la carta che avevo al collo ed è uscito dal baule. Con una chiave ha aperto uno scrigno dal quale ha estratto un libro fatto di foglie secche nel quale c’era una pagina con l’immagine della Papessa, nella pagina successiva c’era una chiave che mi ha consegnato dicendomi di conservarla che mi sarebbe servita più avanti.

Anche lui mi ha indicato la via da seguire poi si è rimesso a dormire nel baule.

 

Il corridoio che ho seguito dopo questo incontro era lungo, fatto di scale e curve, salite e discese, sempre tra il buio e la penombra, percepivo profumi, suoni, tutto era ovattato. Volevo andare con calma, non volevo che finisse troppo presto, però ero anche molto curiosa di sapere cosa mi sarebbe successo dopo e di cose me ne sono successe! Talmente tante, talmente forti, che i ricordi si sovrappongono, si confondono e si sostituiscono. Alcuni eventi hanno una successione chiara, necessaria, altri svaniscono o risultano inspiegabili. Perciò non ricordo cosa accadde dopo aver incontrato il folletto o chi vidi, so però che il seme, il mio quesito non lo tenni in mano a lungo, perché incontrai uno strano essere tutto gioioso che sembrava uscito da Alice nel paese delle Meraviglie, aveva un cilindro rosso in testa e uno strano abbigliamento, sembrava finto ma era vero, uscito da una pagina di fiaba; nella stanza c’erano tanti vasetti per piante, ma erano piccolissimi, in alcuni c’era la terra, altri erano ancora vuoti. Mi fece capire a gesti che dovevo sceglierne uno, poi mi prese una mano e la immerse in un baule di legno dove teneva della terra e mi fece piantare il seme. Soddisfatto e felice della mia scelta mi indicò la strada per proseguire.

Credo che camminai molto, spostai molte tende e andai a finire in una stanza tutta bianca piena di veli bianchi appesi dove mi apparve una donna vestita di bianco, l’abito importante, ricamato, bello, era Lei, la Papessa, la mia carta, ero io; si fece inseguire un po’ tra i tendaggi lunari e quando la raggiunsi mi fece vedere la biglia che teneva in mano, la inseguii ancora un po’ finché si decise a darmela ma poi la rivolle quasi subito, la infilò in un buco nella parete e mi chiese di seguire il percorso della biglia ascoltandone il rumore attraverso la parete. Quasi nessuno parlava con me, non era necessario, tutti i sensi erano talmente protesi che la necessità della parola era quasi completamente svanita.

Inseguii la biglia fino alla Stanza della Biglia, c’erano percorsi d’acqua metallo e legno, c’era una enorme spirale di ferro dove la biglia correva e correva, correva senza fermarsi o rallentare. Alla fine la ripresi e la tenni nella stessa mano dove avevo la chiave, ero certa che ormai tutto avrebbe avuto un seguito e un senso.

Trovai una donna seduta con un piccolissimo tavolo pieno di minuscoli oggetti che riordinava continuamente. Tra questi una bilancina da droghiere e fui invitata a scegliere due oggetti che potessero stare in equilibrio, era la signora Temperanza, che riprese la biglia e la infilò in un buco, e prima di lasciarmi andare mi fece innaffiare un vasetto pieno di terra, dicendomi che dovevo dare da bere alla mia domanda.

Fu poi la volta del Bagatto, il Bagatto mi fece giocare molto, con le mani, e con le luci impressionò la mia immagine su un cerchio enorme che poi fece girare e fummo felici di scoprire che la mia immagine ricadde quasi dritta.

Trovai un deserto lunare fatto di sabbie colorate, azzurre e arancioni con un cumulo di pietre al centro su cui gocciolava acqua dall’alto; trovai una barbona indiana che dormiva a terra e mi fece chiudere gli occhi e giocare con la sabbia prendendomi le mani, con una ciotola in bronzo creò un suono da fumatore d’oppio, poi si rimise a dormire dimenticandosi di me. Riaprii gli occhi e continuai a camminare. Arrivai, dopo alcune scale, ad un corridoio più buio di quelli percorsi fino a quel momento.

Al fondo di questo corridoio stava una stanza dalla quale si poteva udire della musica, era un vecchio giradischi che spandeva musica anni Venti, pensai che dovevo raggiungere questa stanza, non sempre era facile capire quale fosse il percorso esatto, era sempre più buio… ma, insomma, l’invito, in questo caso era chiaro… ma c’erano delle ombre lungo il corridoio cupo. Ombre immobili, uno aveva un cilindro; ma non facevano nulla, allora pensai che se dovevo incontrarle le avrei certamente incontrate dopo, volevo prima vedere la stanza. Andai e appena fui dentro la porta si richiuse violentemente alle mie spalle, mi voltai di scatto e lo vidi, era un uomo in frac, aveva un cilindro nero in testa, era alto e bello, biondo e riccio, aveva lo sguardo malizioso di chi sa di averti preso in trappola. Mi fece notare i grappoli d’uva appesi ad un lato della stanza e mi invitò a servirmi. Stavo per prenderne uno ma mi convinse che ce ne erano dei migliori, ne scelsi uno buono e stavo per mangiarlo quando mi fermò e mi fece sedere davanti ad un alto tavolino, lui mi si sedette di fronte e mi istigò a giocare. Lo sguardo vagava tra il malizioso e il persuasivo, come un bravo venditore, come un provetto seduttore.

Eliminò il telo bianco che copriva il tavolino e mi chiese, sempre a gesti, di sollevare le maniche del vestito, credevo volesse sfidarmi a braccio di ferro. Gli porsi la mano ma sorridendo nel solito seduttivo modo mi fece capire che dovevo tenere il chicco d’uva nella mano che gli porgevo.

Accostò la sua mano alla mia, prima delicatamente per poi iniziare a stringere. Stringeva sempre di più, fino a quando il chicco d’uva si spappolò e cominciammo una specie di danza con le mani tutte bagnate del succo dell’acino spiaccicato. Mi guardava dritto negli occhi. Era uno sguardo preciso, era una sfida emotiva, voleva vedere fino a che punto avrei accettato il gioco e contemporaneamente farmi capire che ormai ero comunque in trappola. Le mani, le dita, si contorcevano attorno alle mie mani, alle mie dita come fossero baci, tra i più passionali, ero imbarazzata, soprattutto dal fatto che mi piaceva e mi sentivo impotente e in sua completa balìa.

Quando pezzetto dopo pezzetto, goccia dopo goccia, non rimase proprio più nulla del chicco d’uva, mi invitò a guardare al centro di questo strano tavolino: non era un tavolino era un parallelepipedo vuoto e infondo a terra si potevano vedere i resti di altre decine e decine di chicchi d’uva. Come ci si rimane? Sai che non sei più il solo ad essere caduto nel malizioso gioco, e questo è triste ma anche divertente: capisci che quello è davvero il Diavolo, chi altro mai? E che, è evidente, non se la fa solo con te.

Mi ha fatta alzare e con un gesto rapido da seduttore mi ha afferrata per le spalle premendo il suo corpo dietro al mio, col suo fiato tra i capelli e la mano libera ha guardato la mia carta, e mentre pensavo che ero fatta, adesso mi avrebbe baciata, perché sì, era uno spettacolo, ma fino a che punto si può arrivare?

 

Altrettanto velocemente mi spalanca una porta diversa da quella da cui sono entrata e mi trovo davanti la figura del Diavolo… Lo sapevo, non poteva essere che così.

C’è una bacinella con acqua calda, mi lavo le mani e percorro un corridoio pieno di corde di tutte le misure, le scanso perché intralciano il cammino, da lontano vedo una costruzione in legno, tipo piramide con la punta tronca, la luce come sempre non è mai sufficiente. Prima di arrivare in questo spazio vedo subito la carta dell’Appeso. Bene, so cosa mi spetta.

Ecco, lo spazio si slarga e scorgo la figura di un bruto. Un tipo basso, tarchiato con capelli cortissimi e barba incolta che più che ricoprire il viso lo invade, è corrucciato e sembra fare calcoli strani scrivendo su una parete. Mi vede, mi squadra, ho un po’ paura, ha la faccia da psicopatico, mi guarda storto, non so cosa farà.

Decide che può usarmi in qualche modo, mi piglia e mi piazza con la schiena contro al muro, sono irrequieta, mi sento davvero in trappola, ma aspetto (del resto, che posso fare?). Prende una corda e sembra prendermi delle misure ma lo fa appoggiando il suo enorme pancione contro il mio corpo. Non so cosa fare, sono tra la paura e il divertimento, fa passare la corda intorno ai fianchi, poi misura il mio viso, bloccando la cordella ad ogni curva con un dito, dopo la fronte prima del naso, tra il naso e il labbro superiore, nella conca del mento, sotto il mento e scende, misura la lunghezza del mio torace… Quando si fermerà? Si ferma lì.

Si stacca da me e mi prende per mano. Ci avviciniamo alla struttura di legno e vedo che dall’alto scende una corda con un sasso legato al fondo il quale appoggia ad una tavola di legno trasversale a metà altezza rispetto all’intera struttura. Lega le cordelle con le “mie misure” al capo della corda che tiene il sasso e comincia a sollevarlo. Mi spiega a gesti che devo legare l’altra cima dal lato opposto della struttura tronca in modo che passi parallelamente sopra l’asse dove si trovava il sasso prima che venga alzato poi prende una candela, la accende e la piazza sull’asse sotto la cordella. Velocemente mi prende per mano, dolcemente per allontanarmi mentre io a questo punto rido, anche lui ride, ride del mio divertimento e, questa volta ne ho la certezza, per la prima volta a qualcuno cade la maschera. Forse che ci si mettesse a ridere non era previsto, ridiamo insieme allontanandoci mentre lui parla e mi dice “dai, vieni via”. Mi abbraccia mentre la cordella brucia facendo cadere il sasso che spegne la candela, e ridiamo sempre di più. E adesso devo proseguire ma non vorrei, vorrei che venisse con me, perché adesso gli voglio bene e non voglio andare più via.

Ma lui mi fa strada…

È la volta del grano. C’è una stanzetta bassissima, per entrare ci si deve piegare, soffitto e pareti sono di teli bianchi che fanno curve morbide, il pavimento non si vede, è ricoperto di grano, tantissimo grano, ci sono almeno venti centimetri di chicchi di grano. La ragazza che siede lì dentro mi fa sedere, fa scendere una pioggerella di grano sulla mia testa poi si rotola nel grano incitandomi a imitarla, c’è un momento di euforia, ci lanciamo il grano, ci sdraiamo, ci rotoliamo, ci piacciamo. Mi fa dono di una manciata di grano, scopre sotto lo strato di grano l’immagine delle Stelle, credo, e mi fa uscire da un buchetto stretto.

Dall’altra parte c’è un uomo anziano vestito di bianco che mi accoglie e mi fa sedere, mi chiude gli occhi e con uno strano strumento crea un suono alle mie spalle, che dopo un po’ sembra penetrare in tutto il mio corpo. Mi rilasso, tanto da dimenticarmi del posto, dimenticando tutto, persino chi sono. Ovviamente poi smette, guarda il mio ciondolo, mi chiede cosa significa, gli dico che è il simbolo zodiacale dei Pesci e mi sorride. Mi fa mettere il grano nella macina            e mi illustra il processo di creazione della farina, la raccoglie e la pone nelle mie mani e indicandomi ancora la direzione in cui proseguire.

A questo punto accade la cosa più incredibile del viaggio.

Sono in un corridoio scuro e infondo all’altezza del viso c’è un riquadro, sembra una specie di piccolo teatrino dei pupi, dentro mi pare ci sia una ballerina, è troppo buio per averne certezza, il teatrino è illuminato di rosso. Apparentemente non ci sono altre uscite così mi avvicino per guardare lo il piccolo spettacolo dentro al piccolo riquadro, ma subito la luce si spegne. Rimango lì al buio come una scema e subito due mani afferrano le mie caviglie. Mi chino e quelle stesse mani incontrano le mie ancora piene di farina, le mani, quelle non mie, trascinano le mie in una fessura rasoterra e cominciano ad accarezzarle. Le uniche parole che possono descrivere ciò che è accaduto è dire che ho fatto l’amore con le mani. Le mani, quelle mani, hanno fatto fremere tutto il mio corpo, mani, farina e sensualità, sembrava non finire mai, e credo di essermi innamorata. Volevo piangere, volevo vederlo, conoscerlo, toccare, non solo le sue mani ma tutto il suo corpo.

Volevo andare oltre.

Sono andata oltre.

L’ho amato e lo amo ancora. Abbiamo curato la farina e abbiamo impastato e nella pasta quelle mani, le nostre mani, tutte le mani, affondavano senza più distinguere quali fossero le mie e quali fossero le sue.

Mi ha regalato un po’ di pasta, frutto di quell’amore, e a quel punto il tendone nero alla mia sinistra si è aperto. L’ho lasciato a malincuore e ho proseguito. Subito dopo ho depositato la mia pasta dove mi è stato richiesto e sono andata ancora avanti. Altre cose sono successe, ho perso la mia carta e l’ho ritrovata in un giardino davvero speciale, come mi avevano detto; mi sono smarrita e mi sono ritrovata, ho incontrato il Sole e la Morte e alla fine ho usato la mia chiave per uscire. Mi sono ritrovata in una specie di cucina medievale dove ho bevuto tè e ho mangiato il pane che avevo fatto “con tanto amore”.

Una volta uscita ho trovato le mie scarpe ma non me stessa. Ci ho messo un po’ per accettare che tutto fosse finito. E tuttora cerco di capire e ritrovare i segni che ha lasciato nel mio animo.

Non aggiungo altro. Lascio odori, suoni, profumi, esperienze tattili, emotive, immaginazione e tutto quello che non ricordo o che ricordo confusamente alla fantasia di chi legge questi appunti, perché quel che manca si può trovare solo lì.

Con tutto l’amore che ho trovato in Oracoli.

autunno 1997

 

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Benvenuti nel mio mondo. Nel mio Zibaldone. Qui troverete di tutto un po’: riflessioni semplici, racconti, video, progetti… spero che qualcosa di tutto ciò possa gettare un seme di creatività nel mondo. Solo per questo ha senso vivere.

[…]
E’ necessario credere
Bisogna scrivere
Verso l’ignoto tendere
Ricordati Baudelaire, Baudelaire, Baudelaire..
[…]
E’ necessario vivere
Bisogna scrivere
All’infinito tendere

La Rotella

Martirio, Moglie e Suocera (del Martirio) devono cambiare casa e Martirio e Moglie mettono sottosopra la casa per cercare la rotella metrica che servirà per andare a vedere il nuovo appartamento e stabilire se è esattamente delle misure che servono loro.
Martirio, unico e vero proprietario della Rotella (uso la maiuscola perché sono giorni che la cerca e ormai è diventata una figura mitologica),

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gira e rigira tutta la casa, sposta oggetti, apre bauli, rinviene reperti di tecnologia postmoderna, il tutto con un brontolio sommesso, una specie di mantra “la vedevo sempre in giro, e adesso che serve…”
Moglie e Suocera decidono che, va be’, sarà il caso di dargli una mano, almeno a trovare un metro da sarta, che in mancanza d’altro, a mali estremi, può fare un po’ di lavoro.
Suocera perde subito la pazienza perché per fare questa operazione le viene messa sottosopra tutta la camera.
Moglie scomoda la gatta, apre bauli, scoprendo di avere valori inestimabili in infiniti modelli in disuso di iPod Shuffle, palmari del giurassico e poi, stufa, richiude tutto nel baule e decide di cercare la Rotella semplicemente tra le cose di Martirio.
Quello scaffalino piccolo dove Martirio tiene tutte le cose più strane senza una logica apparente, dai DVD (di Moglie) del Dottore, ai colori acrilici per i momenti di creatività pittorica, a confezioni di cacciaviti di tutte le misure.
E lì, dietro un angolino, nascosta e invisibile dall’ombra del compensato che fa da divisorio tra un lato e l’altro la Rotella le fa l’occhiolino.
Moglie, molto soddisfatta e anche un filino incazzata perché doveva lavorare e invece ha perso un sacco di tempo a cercare Rotella, la prende, la nasconde dietro la schiena e si avvicina a Martirio dicendo “Ma se la trovo cosa mi dai?”
Lui tenta “Un bacino?”
Movimento di diniego della testa di Moglie.
“Due bacini?”
“Troppo poco, caro”
“Tre?!” Chiede allarmato come dovesse sprecare la sostanza che trasforma il piombo in oro.
“Ti ricordo che tu avevi detto che mi regalavi l’abbonamento a EWWA e ancora non l’hai fatto…”
Martirio la prende in ridere “L’hai trovata?”
Moglie annuisce e la mostra finalmente a Martirio che non sta più in sé dalla contentezza.
“Amore, i dati per il bonifico te li mando via email”

Il Principe Miele

 

L’uomo dai riflessi dorati siede a capo di una lunga tavolata, quando all’improvviso tutti si alzano e dichiarano urlando che in quel posto non si può mangiare per via delle vespe. Vespe gigantesche e in quantità intollerabile, che ronzano sulle insalate di mare e sui bicchieri generosamente pieni di bianco nettare degli dei, danzando ritmiche anche intorno alla figura abbronzata del capotavola.

L’uomo dai riflessi color oro è l’unico che non si alza e mantiene la calma.

Con pazienza comincia, con un piatto di plastica, a schiacciarle una ad una… due… tre…

La Venere Chiara è seduta di fronte a lui e lo guarda chiedendosi se l’intento di quell’uomo sia solamente fare l’eroe o se veramente non ha alcuna paura delle vespe.

Per non continuare a fissarlo, per distogliere l’attenzione dalla sua impresa e da quel terribile massacro (altre cinque, sei, sette vespe schiacciate violentemente sul tavolo e poi gettate a terra velocemente), la Venere Chiara porta gli occhi sotto al tavolo, per incontrare le belle gambe abbronzate dell’uomo… L’uomo dai riflessi dorati indossa solo uno dei due sandali mentre l’altro piede è abbandonato incurante sopra al secondo, come fosse un elemento estraneo…

Ad un certo punto, però, l’uomo dorato sembra accorgersi dello sguardo di Venere e alza gli occhi, sereno e, gentilmente sorpreso, su di lei. E’ stato lì che la Venere Chiara ha scoperto il sorriso azzurro dell’uomo dai riflessi dorati. Il piatto è rimasto a mezz’aria e forse la vespa cui era destinato il colpo, ha fatto in tempo a fuggire, c’è stato un silenzio azzurro, in cui vespe, commensali, bambini e persino il mare, si sono fermati, come congelati nel tempo, e l’uomo dai riflessi dorati ha sorriso alla Venere Chiara, ha fermato il mondo per regalarle il sorriso più spontaneo e cristallino che lei avesse mai visto. Un sorriso lento, che si è lasciato bere intero, tutto d’un fiato, dal piccolo accenno della sua nascita, sotto la lieve curva all’angolo delle labbra, alla grandezza di tutta la sua estensione e del suo splendore.

Qualcuno lo prende in giro dicendogli che deve avere il miele addosso perché le vespe vanno tutte su di lui, e una donna, che deve essere la moglie, commenta con asprezza che sì, persino le vespe vanno tutte su di lui, deve trattarsi proprio di miele!

La moglie è gelosa.

Quasi subito, il Principe Miele, dai riflessi doratati e dal sorriso azzurro, si mette un paio di occhiali scuri, per far pari con la Venere Chiara che gli occhiali se li mette a specchio. Per potersi entrambi guardare, sapendo entrambi di farlo, ma senza lasciarlo intendere ad altri, nemmeno alle vespe.

La Venere Chiara l’ha poi visto di nuovo, il Principe Miele, cammina solamente sulla banchina, dove le sue stampelle possono reggerlo senza fargli perdere l’equilibrio, raggiunge la moglie e la figlia con calma e solennità e con un sorriso che non smette mai di essere azzurro e bellissimo.

Ieri, il Principe Miele ha visto la Venere Chiara arrivare in spiaggia. Il Principe Miele stava seduto sulla gradinata di pietra, tenendo a lato le stampelle. La moglie ancora non c’era e lui si è preso tutto il tempo e la calma necessari per mantenere lo sguardo rivolto al chiarore riflesso dalla Venere stesa al sole. Il tempo per percorrerle i fianchi con gli occhi, che avrebbe voluto farlo con le dita, ma era troppo lontano e le gambe non rispondono, e le stampelle affondano senza pietà nella sabbia molle, e non rimaneva altro che riflettersi il sole l’un l’altra, guardarsi di nascosto tacendo l’anima.

La Venere Chiara avrebbe voluto raggiungerlo e chiedergli di sorriderle, di guardarla ancora con tutto quel miele e tutto quell’azzurro sgargianti, accecanti, sotto quel sole violento del sud.

Ma non si poteva, la spiaggia era affollata di gente scura, ombre nere e cattive.

L’ha visto ieri, mentre con le sue stampelle cercava faticosamente di risalire la scalinata di pietra, il Principe Miele, con i suoi arti paraplegici, e quell’oro sulla pelle e nel sorriso, azzurro come il mare, con la moglie gelosa e le vespe golose, che lo seguiranno sempre, ovunque, tutti.

L’ha visto per l’ultima volta.

 

Siculiana, 21 luglio 2003

Cambiare le ali

Sangue, Terra e Verità. Così l’hanno creata. Col destino certo di non essere ascoltata; e quando incontra il progenitore atavico alza lo sguardo per cercare di rallentare la corsa della Terra che ora si è fatta frenetica, lancia lo sguardo sulle punte delle frecce da caccia, sui graffiti delle caverne, sulle ceramiche preistoriche, cercando appigli con cui affrontare il vuoto.IMG_0393

Avvicina l’occhio miope al solco del vaso, e sente la mano tremante dell’essere che incise la breve linea obliqua, la coordinata temporale svanisce e lei osserva l’artista scimmiesco al lavoro. Sente lo sforzo, immenso, della Prima Creazione Umana. Se si concentra bene sente anche lo scoppiettare del fuoco lì a lato, e il rumore di foglie dei cespugli, smosse dai compagni di caccia.

Stiamo finendo, stiamo perdendo il Senso, l’essere umano non è più nulla, la Creatività e la Vita sono note già suonate, aritmie di aritmetiche finite. Fantasia e Cultura sgocciolano i loro ultimi istanti d’esistenza. Tutto quello che si crea è già stato. Non sarà Lei a fare il passo in più di cui l’umanità ha bisogno.

«Cosa cerchi?»

«Il Senso. Quel minuscolo passo in più che segnerà, invisibile, il mondo.»

«Per farti ricordare.»

«No. Sarò un solco anonimo su una ceramica ritrovata per caso. Non per farmi ricordare. Per indicare la strada dietro il muro, oltre la caverna, oltre il fuoco, verso il sole…»

Sono finita in una città di cui non sapevo nemmeno l’esistenza, di cui non conoscevo la fama e il lucore.

Le coordinate geografiche non servono. I sogni, quelli donati da Orfeo e quelli guidati dall’istinto, i segni, i passi sulla pietra bianca, le parole degli artisti e dei profeti, conducono tutti a un unico punto.

L’Uomo Libero lo chiama Ombelico del Mondo. C’è chi dice che questo sia il ventre di una madre pallida e pietosa.

La Guida del Bosco di Pietra mi ha indicato l’orizzonte puntando l’indice sulla città diafana, mentre i falchi grillai che conoscevano e aspettavano il mio arrivo, scrutavano le colline dolci e bruciate, dall’alto dei tetti di tufo.

La Guida dice che devo cambiare le ali alla città.

Forse sono qui per questo?

O forse sono solo le mie ali che devo cambiare?

L’Uomo Libero lascia scivolare la mente nel futuro, potremmo cercare insieme la Pietra Filosofale, così come ora l’Uomo Libero scolpisce tufo chiaro nella sua grotta di tufo chiaro e ombre, così come ora io affronto i draghi bifidi della parola oscura per domarli e rendere al mondo un po’ di pace, così come insieme impariamo la Lingua del Vento, allo stesso modo un giorno potremmo volare via sulle ali dei falchi che ora vegliano l’eco dei nostri passi.

«Dimmi, Scultore, dimmi che succede.»

«Te ne andrai, ti volterai e tutto quello che ti avrò detto saranno stronzate, non varranno più nulla, dimenticherai tutto, dimenticherai me, e questa città, e la Pietra Filosofale e tutto il resto…. E allora che vuoi da me?! Vattene adesso e lasciami in pace!»

Falco grillaio! dammi il Vento nelle mani e digli che non mi volterò, che non me ne andrò, che non dimenticherò! Cambierò le ali e volteggerò sopra i tetti sfolgoranti ad aspettare le anime perdute, da accogliere, curare, poi scolpire e raccontare. Da confortare.

Falchetto chiaro come il tufo, fammi salire sul Sogno e portami nel suo palmo!

Traccerò un solo piccolo passo inutile, un graffio sulla pelle della vita, lasciato con unghie spezzate e lacrime e urla. Un piccolo passo col mio piede di carne bianca, su una roccia così chiara che nemmeno mi vedrà.

Sangue, Terra e Verità. Così l’hanno creata. Col destino certo di non essere ascoltata.

Un “delirante” confronto con la Siora Gina

Riporto qui il testo di un post che ho pubblicato oggi sul mio profilo Facebook, dopo aver trovato un interessante video condiviso da un mio contatto:

Scopro oggi che questa tipa che si fa chiamare Siora Gina (e che non poteva che essere veneta – ok, ok, questa è una generalizzazione cattiva e ingiusta specialmente nei confronti di tutti i carissimi amici veneti che ho, però…), ha un grande seguito. Non mi meraviglio. Del resto non fa altro che riportare in modo educato (cosa che solitamente quelli che rappresenta non sanno fare), i sentimenti che lei stessa (o è la Boldrini?) definisce populisti.   Prima di proseguire nella lettura, per piacere, guardate il video, se potete, a questo indirizzo Facebook:

 E devo urgentemente precisare alcune cose, così, perché sia chiaro ai miei contatti da che parte sto. Ma prima di elencare i punti che mi preme chiarire, devo fare una premessa: IO NON SONO DEL PD! Quello che sono o non sono, o meglio sarebbe dire, quello a cui aderisco o meno, non lo potreste indovinare mai e non ci penso nemmeno a dirvelo, sappiate solo che siamo così pochi che nemmeno ci conoscono. Quindi, andiamo oltre le mie preferenze politiche e saltiamo direttamente a quelle che sono le mie preferenze UMANE:

1. Gli italiani sono emigrati, è vero, e si sono fatti il culo, è vero, ma non è che si sono fatti il culo perché erano migliori di quelli che vengono qua. Gli italiani si sono fatti il culo perché, a quel tempo, e nei luoghi dove sono emigrati, il lavoro c’era, c’erano le possibilità. E sarebbe interessante ricordarsi che nonostante ci fossero, appunto, le possibilità, gli italiani (quelli della nostra razza, etnia e cultura) hanno esportato una delle mafie più potenti al mondo. Oggi, qui, il lavoro non c’è, né per loro (come mai non fanno un cazzo?! Mah!), né per noi. E non è che noi non lavoriamo perché ce lo rubano loro – io onestamente non ho ancora trovato un albanese o un algerino o un congolese che facciano i traduttori al posto mio, non so voi – noi non lavoriamo perché l’Occidente, e l’Italia in particolare, è alla frutta. Certo, anche a causa di Boldrini & Co, ma non certo perché vengono da fuori a rubare il lavoro a noi.

2. Collegandomi al punto sopra, ci terrei a precisare a tutti che il lavoro nero, quello che giustamente gli italiani (sempre meno purtroppo) si rifiutano di fare e che invece gli immigrati accettano perché non hanno alternative, serve alle aziende e ai privati cittadini che prendono la badante in casa, per non pagare le tasse sulle assunzioni, non rendendosi conto che questi stessi migranti, se regolarizzati, sono quelli che potrebbero cominciare a pagare tasse allo Stato in cui vivono permettendo di mantenere quelle generazioni di cariatidi che saremo noi e che non avremo pensione.

3. Quando ci furono i vari terremoti a Modena e ad Amatrice – ma anche dopo le inondazioni a Genova – molti giornali parlarono dell’importante aiuto che venne dai migranti e la massa degli webeti si levò inveendo perché CI HANNO RUBATO IL LAVORO! Mentre questa gente era lì in forma di volontariato.

4. Ma veramente, veramente?, sentiamo una così prepotente necessità di parlare di razza, cultura ed etnia? Questa cosa oltre a farmi schifo, mi terrorizza, mi abbatte, mi lascia profondamente turbata e incredula. Davvero non sapete che gli italiani sono quello che sono perché da sempre sono stati invasi e influenzati culturalmente? Non sapete che i vostri bisnonni sono turchi, normanni, egiziani, greci, algerini? Davvero occorre ricordare che l’unica razza autoctona europea era l’uomo di Neanderthal, che si è estinto, e che se non fosse arrivato l’homo sapiens dall’Africa l’Europa sarebbe o disabitata o abitata dalle popolazioni della steppa mongola? Davvero non conoscete l’origine della parola “magazzino” e di altre tantissime? Davvero non vi ricordate che il cristianesimo ce l’hanno imposto dal medioriente? Davvero non vi ricordate che l’attuale società italiana è come è perché è il risultato delle varie invasioni che durante tutto il medioevo l’Impero romano non è riuscito a tenere sotto controllo?

Davvero, dopo la seconda guerra mondiale, siamo ancora qui che parliamo di RAZZA?!

[WIKIPEDIA: È comunemente accettato che le categorie razziali oggi siano dei costrutti di uso comune pur non risultando corrette e che i gruppi razziali non possano essere definiti biologicamente.]

5. Io prego caldamente tutti quelli che hanno dato un like a questo commento video di migrare fuori dai miei contatti. Veramente. Mi fate orrore, terrore e schifo.

 

Ho pubblicato questo lungo post, come dicevo, sulla mia pagina Facebook e anche come commento al video della Siora Gina, che non ha risposto sulla sua pagina, ma è venuta a commentare il mio post, sul mio profilo, scrivendo queste parole che riporto fedelmente:

“Gentilissima Laura Massera e tutti quelli che condividono il suo delirante pensiero. I suoi punti scritti con piglio da persona colta e padronanza della lingua Italiana e non dell’Esperanto, li smonto come e quando vuole uno ad uno, solo che per farlo le chiedo la disponibilità di mettere la sua faccia assieme alla mia per un sano confronto. Il confine dell’orizzonte aumenta in relazione all’altezza dalla quale ci si pone per guardarlo, e le sue asserzioni altro non sono che punti di vista di un orizzonte guardato troppo dal basso. Sono tutti bravi a scrivere dietro una tastiera, altro é mostrarsi. Se lei non ha capito la funzione della Siora Gina, non è la Siora Gina il problema, ma senza dubbio l’incapacità di comprendere che esiste un anima. La prego di evitare risposte dal sapore filosofico o antropologico non abbiamo entrambe tempo da dedicare a disquisizioni che a me sinceramente lascerebbero indifferente. Si limiti esclusivamente a darmi un si o un no per un confronto. Al canale televisivo nazionale che ci ospiterà me ne occuperò io. Cordialmente Maria Cristina Sandrin alias Siora Gina.”

Dopo averle spiegato che la sottoscritta non ci tiene alla notorietà, non è una politica, non ha bisogno di un seguito e non ha interesse ad avere ragione su un branco di pecoroni e averla invitata, rimanendo sul piano da lei stessa scelto, a distruggere, come sostiene di poter fare, punto per punto tutto il mio delirante pensiero, mi sono sentita dire che non accetto il confronto in televisione perché sono una debole e una vigliacca.   Il “confronto” si è concluso con la Signora Maria Cristina che dichiara che da ora in poi cancellerà ogni mio futuro commento alla sua pagina (Oh Dio! Ma come farò?!) e che continua a sostenere che se solo io voglio mi può distruggere (verbalmente, si intende), però non lo fa se non sotto i riflettori di una TV nazionale.   E niente, ho perso un’occasione per diventare famosa! Non c’è verso, non diventerò mai furba.

Baudelaire chi?

In merito alla questione delle recensioni ho scritto una pagina apposita qualche giorno fa, quindi non sono qui per rimarcare quanto già detto.

C’è chi si sente a suo agio scrivendo recensioni, chi sente di dover tutelare il sacrosantoI fiori del male diritto a stabilire se una cosa gli ha fatto schifo o gli è piaciuta, buon per lui/lei; nella mia testa la parola recensione ancora non riesco a staccarla dal concetto di critica letteraria e, sarà perché provengo dalla formazione artistica, per me la Critica è materia di esperti. Sono cresciuta così, non posso farci nulla.

Ma cosa significa essere esperti? Non so, davvero non lo so. Penso che, per esempio, il fatto che io abbia superato le prove scritte e pratiche per la patente non fa di me né un pilota né un cronista di F1.

Allo stesso modo, credo – ma è sempre un’opinione personale – il fatto che abbiamo tutti passato l’esame di maturità o il diploma di laurea o la specialistica o un master qualsiasi, non fa di noi dei critici, né degli scrittori, né degli addetti ai lavori.

Si diventa professionisti o critici di una certa materia quando si è fatta tanta gavetta, quando si è sudato in bottega da qualche Maestro, quando le nostre opere o le nostre critiche sono state sottoposte per molto tempo al vaglio di altri Maestri ed esperti.

Lo so, è un modo di pensare forse molto italiano, molto accademico, molto antico, me ne rendo conto.

Sì, me ne rendo conto, ma sono una vecchia gallina, nata più vicino alla metà del secolo scorso che vicina a questo millennio, e la mia visione della realtà è difficilmente modificabile.

Però, al di là di questa mia impostazione antiquata di vedere le cose, vorrei farvi qualche domanda:

1. Avete visto l’immagine qua sopra?

2. Avete una vaga idea di chi sia Giovanni Pennati?

3. Avete una vaga idea di chi sia Charles Baudelaire?

4. Mi sapete spiegare il misterioso motivo per cui Giovanni Pennati ha 162 (CENTOSESSANTADUE!) recensioni su Amazon e quel povero, misconosciuto, principiante, incapace di Charles Baudelaire ne ha ben 3 (TRE!)?

5. C’è una sola, UNA SOLA, ragione per cui io dovrei, a questo punto della mia vita, ritenere valide le recensioni che vengono fatte su Amazon?

Niente, così, ci tenevo a condividere questi interrogativi con voi.

Se qualcuno ha delle risposte sensate, sarò lietissima di leggerle.

La notte più lunga

La notte più lungaEsiste una piattaforma che si chiama Wattpad (sì, lo so che lo sapete, ma vorrei farci una riflessione sopra).

Serve per rendere pubbliche le proprie scritture.

Forse serve a qualche pioniere di talenti per valutare se esista qualcosa di davvero nuovo e mercificabile nel mondo degli esordienti.

A me serve per condividere una storia con una persona in particolare.

Stranamente, questa storia, nata per essere letta da una sola persona, a qualcuno (non molti eh!) piace, e questo mi ha incoraggiata a sistemare i brani fin qui pubblicati e a proseguire nel racconto.

Però, mi chiedo, cosa piace alle persone?

A me piacciono i libri che aggiungono qualcosa alla mia percezione del mondo, della vita. Quelli che mi accompagnano alla scoperta di nuovi orizzonti o nuove prospettive, ma anche quelli che mi spiegano, con parole che io non ho, chi sono io. Ci sono libri che non siamo noi a leggere, solo loro che leggono dentro la nostra anima e ci aiutano a vedere aspetti di noi stessi che non conoscevamo o che rimanevano intuizioni e non sapevamo nominare, o che hai sempre rifuggito per un motivo o per l’altro. Ecco, quelli mi piacciono.

Voglio dire, davvero non avete trovato nulla di voi stessi in Achab o in Kurtz? Siamo proprio sicuri di essere diversi da loro?

Ma alle persone interessa ancora viaggiare al centro della Terra? Siamo certi di non avere più bisogno di essere accompagnati in fondo alla caverna del nostro inconscio?

E non è questo forse l’obiettivo degli artisti? Non è portarci per mano dentro emozioni che non sapevamo nemmeno di poter provare?

Va be’, io non pretendo di riuscirci. Davvero. Però ci provo. Ho già scritto molti anni fa quello che penso della vita e dell’arte e lo riassumo qui: ognuno deve dare il proprio contributo, anche se destinato all’oblio. Se non altro perché le idee portano sempre altre idee, magari migliori di quelle che le hanno originate, e anche se non sapremo mai se quello che facciamo sarà il motore per qualcosa di nuovo, credo che almeno ci si debba provare.

Ecco, uno dei modi in cui io sto provando è questo che sarà poco più di un racconto, cui ho dato il titolo di La notte più lunga e che sto pubblicando su Wattpad a puntate, come si faceva nell’800 con i feuilletons.

È un’operazione molto discutibile quella che sto facendo, visto che era inizialmente destinato ad una sola persona, ma chissà, forse anche altri potrebbero trovarci qualcosa. Io ci provo.

Questo è il link. Vi auguro una buona lettura e spero vivamente di ricevere dei feedback (non solo positivi).

Allons-y!

I capitoli:

LA NOTTE PIU’ LUNGA – Capitolo zero

I – Cara Ester

II – Quella sera

III – Senza dèi

IV – A1

V – Salsa jazz

VI – Sveva

VII – “Mio figlio…”

VIII – Sotto la doccia

IX – “Quel che ricordo”

X – Il Montenegro e l’amore

XI – La Festa dell’Umidità

XII – Ester, Estate 1990

XIII – La notte più lunga

I – L’americana

II – Ester, Edo e la gelosia

III – La prima volta