Fabio Mundadori presenta il suo nuovo romanzo “Ombre di vetro”
Lo scorso mercoledì 21 febbraio, presso la libreria Ubik Irnerio a Bologna, si è tenuta la première della nuova uscita del pluripremiato giallista Fabio Mundadori. La serata, ricca di pubblico, ha visto l’autore parlare del secondo volume della sua trilogia “Bologna e la morte”, intitolato “Ombre di vetro – Bologna non muore mai” sotto la sapiente mediazione di Luca Occhi, altro celebre autore, e della ironica Chiara de Magistris. Ad arricchire la serata tre letture, interpretate in maniera magistrale da Debora Pometti, accompagnata dal blues live del musicista Romano Romani.
Venendo al libro, in esso si racconta di un’anima malvagia che uccide donne incinte, assassinii talmente efferati da guadagnarsi con un’unica citazione l’intera quarta di copertina:
Mundadori stesso afferma che l’ossessione del killer sta proprio qui, nel togliere alle sue vittime la speranza del futuro prima che questo si concretizzi. Infatti nel suo preciso modus operandi uccide i feti e solo in seguito le madri, annientandole nello spirito prima che nel corpo.
L’indagine è condotta dall’ex ispettore Naldi, ora investigatore, che non mollerà la presa e non perderà la speranza fino alla conclusione della vicenda, perché nonostante sia stato espulso dalle Forze dell’Ordine, lui non si piega mai. Parallelamente alla trama si dipana, come fosse uno dei protagonisti, la vita di una Bologna segnata profondamente da un attentato che permea ogni minuto della sua storia recente, ogni attimo della vita di chi c’era o di chi ne ha saputo in seguito. Non a caso Nardi stesso è un sopravvissuto e porta a molti anni di distanza le conseguenze psicologiche del tragico evento.
Molte sono state le domande rivolte all’autore: si è parlato del ruolo fondamentale delle donne nel romanzo, viste come colleghe, amanti, madri e vittime. Così pure non è mancato un approfondimento sull’evoluzione dei personaggi nello sviluppo della trilogia.
Interessata la partecipazione del pubblico che ha posto vari quesiti, tipo il metodo adottato per evitare che personaggi seriali diventino ripetitivi e noiosi – dico solo quel che serve, probabilmente diverso da quel che mi è servito spiegare nei libri precedenti – o le scelte stilistiche per tenere viva la tensione. A questa domanda Mundadori ha dato la perfetta risposta da manuale di scrittura, dimostrazione una volta di più della sua preparazione teorica oltre che del suo talento, ribadendo i concetti di distrazione e rivelazione.
Poi la più temuta di tutte, quella che ogni autore sa che sentirà fare: cosa c’è di te nei tuoi personaggi? Fabio non si nasconde dietro frasi fatte e ammette “candidamente” che in ogni sua creatura c’è qualcosa di lui.
Nei malvagi si sublimano le pulsioni negative , il male che ognuno di noi ha in sé, mentre nei buoni si riflettono le proprie virtù o quelle che si vorrebbero avere. Dopotutto un libro è come un sogno e – citando Tom Waits, come ha fatto Luca Occhi in quel momento – you’re innocent when you dream.
A chiudere l’interessante chiacchierata qualche parola sulla collana che ospita la sua trilogia, la #Comma21 (Damster Edizioni) che sta diventando un piccolo caso nel panorama della letteratura di genere in Italia. Oltre che autore di punta infatti Mundadori ne è anche direttore di collana. Ci ha raccontato come una piccola realtà di un editore indipendente in un anno e mezzo dalla creazione sia ormai nota e presenti romanzi di tutto rispetto. A guidare la selezione solo un criterio: che i libri presentino storie che meritano di essere raccontate. Quindi una scelta di qualità, che tende a evitare logiche di mercato o sensazionalismi per privilegiare scritti narrativamente interessanti e originali.
Quindi posso confermare che la presentazione è stata decisamente interessante e che il libro, dedicato e autografato, io me lo sono portata a casa avendo apprezzato molto anche il primo della serie, intitolato “L’altra metà della notte – Bologna non uccide”.
L’opera è stata proposta, fortemente voluta e curata dal bravissimo Maurizio Malavolta – noto giornalista modenese, ex direttore della TV locale TRC nonché recente e promettente, scrittore di gialli – per la collana Comma21 di Damster Edizioni, curata da Fabio Mundadori.
Ma vediamo bene di cosa si tratta.
Alla presentazione, seppur oberata di impegni familiari e non, ha presenziato anche Nicoletta Mantovani che gestisce giustamente e in modo superbo le volontà del Maestro modenese.
Innanzitutto va detto che la pubblicazione è stata possibile grazie al patrocinio della Fondazione Luciano Pavarotti alla quale saranno devoluti i diritti d’autore ricavati dalle vendite del volume con lo scopo di aiutare i suoi allievi, e più in generale i giovani che si affacciano al canto lirico, a trovare opportunità per farsi ascoltare e conoscere.
Nicoletta Mantovani, che ha apprezzato molto e sostenuto il progetto ci dice: «Questo libro e l’idea del giallo legato alla sua figura, gli sarebbero piaciuti perché amava il genere. Avrebbe apprezzato anche il fatto che gli autori sono in parte di Modena, la sua città. Anche a me è sembrato un bel progetto, innovativo e di cui non avevo sentito parlare prima. Molte storie raccontate, inoltre, richiamano il cibo, la cucina e la convivialità, situazioni che hanno contribuito a comporre il fil rouge della sua vita. Il Ristorante che abbiamo creato a Milano, e che sta andando molto bene, vuole proprio fare conoscere un pezzo della Modena tanto cara a Pavarotti».
Noi di Echidna Editing, che abbiamo avuto la fortuna e l’onore di fare l’editing del testo, vi possiamo dire alcune cose in più; intanto tutte, o quasi, le storie sono ambientate a Modena, e moltissime quelle scritte da autori modenesi, quindi vi è un fortissimo legame col territorio, cosa che Big Luciano avrebbe apprezzato molto; poi, pur trattandosi di storie gialle o noir, il clima generale, creato dalla maestria scrittoria di Maurizio Malavolta è molto leggero e giocoso. Ne troverete alcuni molto toccanti, altri dai tratti quasi onirici, altri decisamente thriller, ma tutti hanno, in un modo o nell’altro, più o meno fantastico o fantasioso, inserita la figura di Pavarotti.
Ma non è un’antologia nel senso classico del termine, perché appunto Malavolta, ha saputo costruire una storia attorno alle storie, sempre, ovviamente, con il Maestro a far da guida alla sua creatività a al suo amore per questo personaggio così importante per i modenesi ma anche per gli italiani tutti. Un simbolo che ha saputo connotare ancora una volta la nostra nazione come culla di bellezza e armonia.
Vi invito ad ascoltare l’editore Massimo Casarini, il Responsabile di Collana Fabio Mundadori, il curatore della collana stessa nonché autore di uno dei racconti e della storia che fa da legante, Maurizio Malavolta nonché alcune delle brevi pièce teatrali, tratte proprio dal libro, che hanno accompagnato tutta la presentazione.
Buon divertimento e, ci auguriamo, buona lettura.
Ah! Una precisazione: la copertina sembra viola, ma come sapete il viola in teatro non è mai molto benvisto, quindi non cadete nell’errore di crederla viola e concentratevi molto, in realtà si tratta di blu elettrico!
Questo il link per ordinare il libro direttamente dall’Editore senza spese di spedizione.
“ROMANZA NOIR”- Damster Edizioni Autori Vari , 288 pagine Prezzo: € 14,00 Codice ISBN: 978-88-6810-321-7
È l’Associazione degli Editori Modenesi. Un gruppo di editori di qualità che ha deciso di aggregarsi per darsi reciproco supporto, condividere idee, iniziative e impegni.
Tra le iniziative della AEM, il concorso per il miglior scritto dell’anno sul tema MODENA, UNA CITTÀ PER SUONARE (E CANTARE), è sicuramente una delle più forti attrattive del periodo natalizio, visto oltretutto che la premiazione si svolge proprio in Piazza Grande all’ombra della Ghirlandina tra bancarelle natalizie e bancarelle pieni di libri di pregio.
Questo è il secondo anno in cui si è svolto, assolutamente gratuito, e i vincitori sono stati dichiarati in due categorie: quelli votati da casa sul sito dell’Associazione (che abbiamo segnalato all’inizio dell’articolo) e quelli decisi da giuria qualificata.
Non farò qui tutti i nomi, ma voglio invitarvi a cercare su internet il premiato AGO di Andrea Righi perché è quello che ha ricevuto il riconoscimento sia dal pubblico che dalla giuria.
Lo trovate qui.
Ovviamente molti altri racconti sono validi e meritevoli, quindi, se avete tempo e voglia, sfogliate le pagine in cui sono pubblicati, in rigoroso ordine alfabetico per titolo.
A parte questo impegno, l’AEM si programma ogni anno un tour itinerante su tutto il territorio della provincia di Modena, dagli Appennini alla bassa (tristemente nota per il terremoto del 2012), per andare letteralmente incontro ai lettori. Perché? Perché alcuni degli editori che fanno parte dell’associazione sono editori coraggiosi che si occupano di far conoscere le tipicità locali, dall’arte al cibo ai motori che, certo, sono cose interessanti anche per i semplici turisti, ma che un amante delle proprie origini potrebbe seriamente apprezzare e volere approfondire.
Una delle bellissime cose che è stata proposta quest’anno è la pubblicazione, da parte dell’editore Colombini, del testo originale di Zebio Cotàl così come Guido Cavani lo aveva realmente pensato e siccome si tratta di un testo di assoluto pregio verrebbe davvero voglia di leggere addirittura gli appunti originali dell’autore.
Quello di Cavani è un testo che certamente ha un fortissimo legame territoriale, specialmente nell’edizione speciale illustrata dal genio creativo di Covili, ma parla anche di una realtà contadina che è stata tipica di un’Italia del nostro passato recente, prossima ad essere dimenticata. Sarebbe davvero interessante rileggere l’opera come voluta dall’autore.
Cose interessanti, l’AEM, da dare, sicuramente ne ha e non poche.
Vi lascio raccontare direttamente da Damster che cosa significa essere AEM e vi lascio ai video della premiazione, sia quella popolare, sia quella della giuria.
Se pensate di venire a fare un giro nella patria dei tortellini, dei motori e della musica, ricordatevi di controllare le date e i luoghi dell’esposizione itinerante dell’Associazione, sono certa che ad attendervi troverete meraviglie inaspettate.
A un esame. Ero lì che vagavo in cerca di un posto in cui sedere e una ragazza mora, con un paio di occhiali da miope peggio dei miei mi fece segno di accomodarmi accanto a lei. Un gesto inaspettato che si trasformò in fretta in uno scambio di suggerimenti reciproci e bigliettini. Superammo quell’esame, proprio quella volta e insieme, dopo mille tentativi di entrambe. Stavamo cercando di laurearci, tardi perché avevamo avuto una serie di intoppi, ognuna per i propri motivi. Quindi l’iter comune fu: ritiro dal precedente corso quadriennale > riconoscimento di carriera > iscrizione alla laurea triennale. Una frustrazione che sarebbe stata umiliante se non fosse stato che attorno ai trent’anni – poco meno lei, poco di più io – ci interessava ben poco la qualità della laurea. Ci serviva il pezzo di carta e avremmo accettato anche una sfilza di diciotto.
Quando andammo in dipartimento a far firmare il voto, Emilia, questo era il suo nome, sbottò. Il lunedì successivo avrebbe compiuto trent’anni anni; lo avrebbe detto alla docente se il voto fosse stato troppo basso. Un diciotto le sarebbe andato più che bene.
Ottimo! Facciamo una festa insieme, che bello, vedi che non ci si incontra mai per caso, guarda le coincidenze, ma non sono coincidenze, era scritto nel libro del fato, era destino che quel giorno la sedia fosse libera, ci siamo riconosciute al primo sguardo, eccetera.
E via a farci viaggi mentali, una più stordita dell’altra.
Nasceva un’amicizia delle più importanti che ebbi durante il periodo universitario, forse una delle più importanti della mia vita.
Emilia viveva in un minuscolo paesino, una frazione di Villafranca. La prima volta che andai a trovarla, scesi dal treno a Verona e mi fulminò un pensiero.
Avrei voluto avere dei pattini.
Ho sempre amato i pattini. Da piccola io e la mia amichetta di allora – generazione di bambini che ancora giocavano nei cortili e per le strade – andavamo in giro ovunque nel quartiere con i pattini addosso: marciapiedi, cantine e solai, non ce li toglievamo mai.
I miei avevano una specie di scarpa da ginnastica; i suoi erano più belli: agonistici con lo stivaletto bianco e ruote fluidissime. Glieli aveva spediti sua mamma che faceva la modella negli USA. L’amica schizzava veloce come una saetta e io rimanevo sempre indietro, ma questo non ha mai incrinato il divertimento di quei pomeriggi in cui sua nonna minacciava e pronosticava sventure: «Fa ancora troppo caldo! Suderete troppo! Prenderete un’insolazione!».
La nostra pista preferita era un lungo garage sotterraneo in un condominio vicino a casa, con il pavimento in piastrelle perfettamente lisce. Lì si volava, alla lettera.
Be’ ecco, arrivata alla stazione di Verona, con tutto quel marmo levigato, quello mi venne in mente: avrei voluto i miei pattini. E soldi. Il sottopassaggio era una galleria di negozi uno più interessante dell’altro. Si respirava subito l’odore della città turistica. La voglia di comprare qualche souvenir ti pigliava d’assalto già nell’atrio principale.
Non rimpiansi più i pattini la volta in cui mi venne a prendere in scooter. Il suo modo disinvolto di guidare un po’ mi inquietava e tanto mi divertiva. Sfrecciammo davanti a Porta Nuova e nemmeno si prese la briga di spenderci due parole.
«Questo è il quartiere di Santa Lucia» disse poi, ma mentre cercavo di osservare quel che avevo attorno, gli edifici volavano all’indietro mentre lei strombazzava col ridicolo clacson dello scooter a ogni incrocio o a ogni cancello. «Me l’ha insegnato Luca», diceva.
Luca era il suo compagno, andava in moto e farsi notare il più possibile era la sua regola principale: fari accesi sempre e clacson a ogni piè sospinto. Vivevano in questa casa di campagna a tre piani nel mezzo di una corte in cui i vicini si scambiavano favori vicendevoli: la bottiglia di latte appena munto, la polenta appena cotta o il salame fatto in casa. Fu lì che conobbi le fritole (frittelle dolci buonissime) per la prima volta. Realtà lontane dalla diffidenza cittadina.
La casa di Emilia aveva un ché di esoterico, era incenso e tè, legno e coperte calde. Come a casa mia si camminava solo scalzi o con ciabatte pulite. Abitudini sacre apprese in Oriente dove, per motivi diversi, eravamo state entrambe.
Aveva due gatti e due cani e ricordo distintamente che io non volevo i gatti nella mia stanza di notte. Come si cambia!
Da Emilia stavo benissimo, era una delle persone più divertenti che avessi mai conosciuto, con lei facevo certe risate che mi scatenavano una tosse terribile. Era più che divertente, era comica. Un senso dell’umorismo e dell’autoironia davvero rari e preziosi.
Iniziammo a preparare molti esami insieme. Da Padova salivo sul treno per Verona e lei mi veniva a prendere, una volta in auto, una volta in scooter. Stavamo da lei giorni, se non settimane, a studiare come forsennate. Avevamo anche stabilito l’abitudine di scegliere una tazza per il tè, che fosse e rimanesse quella per tutto il periodo della preparazione all’esame di turno. Alla fine, ovviamente, ci voleva la candeggina per smacchiarla, ma era una specie di certezza, un rito oltre che una coccola.
Scoprimmo di avere entrambe la passione delle freccette e mi portò in un locale vicino a Quaderni, piuttosto esotico, in cui si poteva bere birra e giocare, proprio come nei film americani. Il problema era che dopo un certo numero di pinte non solo mancavamo il centro, ma proprio il bersaglio.
I maschi che erano usciti con noi, il suo compagno e un altro ragazzo che proprio non ricordo, all’inizio erano orgogliosi di portarsi appresso due femmine di tal sorta, ma la situazione cambiò drasticamente quando il nostro lato ribelle venne fuori con quelle birre in più e quei lanci pericolosi. Emilia e io eravamo simili come una rosa e un girasole: niente in comune, almeno esteticamente, ma avevamo avuto infanzia e adolescenza inenarrabili e questo, forse, ci spingeva a schiacciare l’acceleratore della vita in modo talvolta sguaiato.
La più spassosa di tutte, fu la fiera del Patrono di Villafranca, che si tiene ogni anno per una settimana in occasione del giorno dei Santi Pietro e Paolo.
Una fiera che deve le sue origini all’epoca del dominio della Serenissima; le prime notizie certe risalgono al 1714, anno in cui al tradizionale mercato del mercoledì mattina venne aggiunta anche la sagra in occasione del 29 giugno, festa dei patroni. Una concessione per superare il grave periodo di crisi. Nel corso degli anni la fiera si è evoluta, ha perso la caratteristica iniziale di compravendita del bestiame ed è diventata una rassegna di prodotti commerciali e artigianali. Il tutto condito con spettacoli, manifestazioni culturali e sportive, luna-park e fuochi artificiali. Attrae persone di tutta la provincia e anche oltre, una vera fiumana di gente si avventura fin lì dal mantovano e dal bresciano.
Lo spettacolo pirotecnico si tiene al castello ed è sensazionale, tra i più belli che abbia mai visto. Ma il vero divertimento fu andare sugli autoscontri con Emilia che, inconsapevole della mia pericolosità, urlò e rise per tutto il tempo in cui andammo allo sbaraglio sulla macchinina. Credo che non ci sia niente che mi divertisse più degli autoscontri. In assoluto. Adoravo premere l’acceleratore a fondo e puntare dritto verso un’altra auto. Emilia continuava a ridere e a gridare che ero pazza. Ecco, ho sbagliato, c’è una cosa che mi divertiva più degli autoscontri: andare sugli autoscontri con Emilia.
Una sera il cane del vicino si era messo ad abbaiare come un dannato e non la finiva più. Le prestai un paio di tappi per le orecchie, comprati in ferramenta, non in farmacia. La differenza è che quelli per lavoratori sono più soffici e tengono meglio la forma. La mattina dopo lo raccontò con un messaggio a un’amica, la quale rispose “Sei proprio sicura che questi tassi debbano andare nelle orecchie?”
Nulla da fare, Emilia non ricontrollava mai i testi prima di inviare ed era costante vittima del T9. I suoi SMS erano più o meno sempre involontariamente esilaranti.
Tutto quello che facevo con Emilia mi divertiva, a dire il vero. Oscillavamo tra lo spirituale e il faceto, tra tarocchi ed esami di linguistica inglese. Tra passeggiate coi cani nei i campi di pesche di Quaderni, che, mi diceva, sono fra le più pregiate della zona, e lanci di freccette che rischiavano di accecare i nostri accompagnatori.
Era meglio, molto meglio, che andare in pattini. Era come quella volta in cui andai a sentire Keith Jarrett all’Arena, nel 1995: esaltante, tangibile e mistico allo stesso tempo. Impareggiabile come il luogo in cui aveva deciso di elargire la sua arte. In occasione del concerto, però, non ero passata per la stazione e non mi era venuta voglia di pattinare. Era bastato lui, imponente eppure minuto fin quasi a perdersi dentro quell’immenso e ineguagliabile edificio. Perfetti, maestosi. Precisi come un metronomo e inderogabili come l’incontro con Emilia.
Qualche tempo dopo l’università finì, mi trasferii in Cina, lei si sposò. Banale, sciocco, eppure… A dirlo non ci si crederebbe: è da allora che non ci rivediamo. Solo foto e like su Facebook.
Dovrei tornare da Emilia. La sua vita è cambiata tanto, come la mia del resto. Non vive più in una frazione di Villafranca, è tornata in città e chissà se l’appartamento nuovo è esoterico come quello che conoscevo.
Questo mi spiace, Emilia mi manca. Mi mancano le risate, ma mi manca soprattutto quello che ci conduceva a quelle risate.
Inutile aggiungere che il 15 marzo di ogni anno il mio pensiero va a lei, ogni volta spero di essere la prima a farle gli auguri. Se esiste un’anima che sento affine, per mille motivi di cui solo ultime sono le risate, questa è lei. Abbiamo entrambe la nostra migliore amica e non è una sostituzione. Non c’entra nulla, è un rapporto diverso. È una corsa in scooter tra i marmi di Verona, è un voto basso di cui non ci è mai fregato nulla, è una catasta di libri a cui poi abbiamo dato fuoco per liberarci di pesi che gravavano più sull’anima che sulla schiena, è la magnificenza del castello di Villafranca addobbato a festa. È la storia di due grandi solitudini che si sono incontrate in una risata spudorata e genuina. Alla faccia di tutto il male che la vita non ci ha mai risparmiato.
Oggi intervistiamo Dario Buratti, alias Colpo Wexler per addentrarci sempre più nel significato di realtà virtuale e di come questa possa essere utilizzata per fare arte.
Non vi anticipiamo nulla, leggete l’intervista con noi e deciderete se incuriosirvi oppure no.
Echidna: Come preferisci che ti chiami? Colpo o Dario?
Dario: Come preferisci, Dario va bene.
Echidna: Facciamo Dario, visto che siamo (quasi) fuori dal virtuale e ti chiedo, a tal proposito chi sono Dario e Colpo e che differenza c’è tra l’uno e l’altro senza dilungarti troppo, tanto ti assillerò di domande. Dimmi pure.
Dario: Sono due immagini, l’una è il riflesso dell’altra, in mezzo c’è uno specchio che come una membrana riflette due realtà: Colpo è Dario che è diventato l’immagine nel suo specchio…
Echidna: E si sa che gli specchi riflettono…
Dario: …e siccome oltre quello specchio tutto è possibile…allora lui si è messo a creare nuovi universi. Come diceva Kant “datemi della materia e io con essa costruirò un nuovo mondo”.
Echidna: Be’, ecco, appunto, Colpo per creare universi però, da quello che so, attinge dall’esperienza e dalle conoscenze di Dario, (uccellini dicono che sei architetto, è vero?). Cosa utilizza delle abilità di Dario, il nostro Colpo?
Dario: Ha studiato Scenografia a Brera e da qualche decennio si occupa di creatività digitale.
E Colpo sfrutta questi studi e questa esperienza in un mondo in cui tutto è possibile, a partire dalla mancanza di gravità. Quindi è giusto affermare che Dario lavora solo nei mondi virtuali?
Echidna: ah ecco svelato il mistero.
Dario: Si è giusto…
Echidna: Che tipo di virtuale, solo Second Life o anche altre realtà?
Dario: Second Life è per così dire la piattaforma professionale, tuttavia la vera sperimentazione la sto facendo su Sansar assieme ad altre persone che si occupano di realtà virtuale.
Echidna: Sono stata una volta sola su Sansar ma credo sia troppo pesante per la mia attrezzatura informatica. Quindi andiamo con ordine. Cosa crei in Second Life e che regole ti dai, se ne hai, e qual è il tuo obiettivo primario?
Dario: Su Second Life ho da anni uno showroom in cui vendo edifici ed accessori ma in principal modo realizzo progetti custom, generalmente commerciali. Mi sono specializzato nella realizzazione di negozi e aree di intrattenimento. Realizzo anche regioni intere. Il mio obiettivo primario è quello di raggiungere livelli sempre più alti di professionalità le quali consentono anche di conseguire guadagni più alti.
Echidna: Hai uno stile specifico che rende tuo lavoro riconoscibile al primo colpo d’occhio?
Dario: Si, diciamo stili differenti e a volte ibridi – in generale tutti vicini allo stile minimalista – la sperimentazione è importante. Second Life è interessante anche perché è un laboratorio di linguaggi estetici diversi ovviamente tutti orbitanti attorno al lifestyle dell’avatar.
Echidna: Hai un mentore? Una fonte di ispirazione? Architetti a cui ti ispiri?
Dario: Si diciamo che spesso mi ispiro a edifici esistenti ma tendo sempre a elaborarne la forma per creare qualcosa che esprima me stesso. Sicuramente per quanto concerne il tipo di modulazione degli elementi di alcuni edifici in passato mi sono ispirato a Santiago Calatrava e per quanto riguarda gli ibridi organici adattati a SL (Second Life n.d.r.) a volte a Zaha Hadid ma anche a molti altri.
Echidna: Cosa concede la realtà virtuale, dal punto di vista artistico, che la realtà reale (scusa il gioco di parole) non concede? Cosa ti diverte tanto nel virtuale?Immagina di doverlo spiegare a chi non ci ha mai messo piede.
Dario: La sua mancanza di inutili costrutti o di vincoli estetici legati al passato — ciò che mi diverte è la possibilità di manipolare lo spazio a mio piacimento e che questo spazio diventi immediatamente qualcosa di “vivibile”
Qualcosa di attivo…qualcosa in cui sviluppare modelli validabili dalla cultura del design e dell’arte in senso completo.
Echidna: Riesci a far apprezzare i tuoi lavori anche fuori dal virtuale?
Dario: Ti rispondo con una domanda: Secondo te il Virtuale ha appeal in certi ambienti della vita reale?
Echidna: Mah forse a chi piace la fantascienza e il fantastico in generale.
Dario: Alla fine dipende da cosa realizzi. Voglio dire: io non produco grafica, fotografia o pittura… io produco spazi di esperienza diretta quindi è essenziale l’esperienza.
Echidna: Parli di esperienza, e qui andiamo quasi sul filosofico: secondo te l’esperienza del virtuale ha valore nella crescita dell’individuo quando l’esperienza reale o no?
Dario: Anche al mondo dell’arte e del design il virtuale piace molto, voglio dire, se realizzo una galleria d’arte questa diventa un’incubatrice di esperienze d’arte il design della struttura è solo una fase; la sua funzione, come nell’architettura reale, è quella di avere una funzione pratica, di avere un uso pratico.
Echidna: Per chi conosce Second Life è chiarissimo, lo è meno per chi non conosce la realtà virtuale
Dario: Certo hai perfettamente ragione. Immaginiamo dunque di poter indossare un visore (in Sansar) e di poter entrare in una galleria d’arte virtuale e partecipare direttamente ad una mostra di Barry William Hale: quella di visitare e partecipare è di fatto un’esperienza del tutto reale. La mia funzione è stata quella di realizzare la struttura e di fare in modo che questa diventi di fatto attiva, la mia creatività si svolgerà anche nell’allestimento della mostra stessa (che per ora è solo un’idea, ma siamo seriamente intenzionati a farla diventare realtà).
Echidna: Bello! molto bello. Parliamo di Colpo un attimo: Colpo ha una vita su Second Life indipendente dal lavoro di Dario o è solo uno strumento?
Dario: Colpo è un solitario creativo che gestisce il proprio ruolo solo a livello professionale – la gente mi conosce come builder e io interpreto il builder, non ho più vita sociale…
Su Sansar è diverso.
Echidna: Raccontaci di Sansar.
Dario: Sansar la uso come piattaforma accreditata a sostituire alcune funzioni “reali”. La settimana scorsa ho avuto una riunione con persone non frequentatrici dei mondi virtuali proprio in Sansar quindi invece della call in Skype abbiamo parlato di lavoro seduti su comode poltroncine nella art factory che sto per presentare.
Non faccio follie sui mondi virtuali. Quando ero più giovane era diverso
Echidna: Art Factory su Sansar, dico bene?
Dario: Sì, DOGMA Vr Factory
Echidna: vedrò di reinstallare Sansar e di cercarti, ma l’ho trovato molto difficile.
Dario: Ci vuole una macchina mediamente potente.
Lì stiamo facendo cose interessanti, o meglio, che secondo me sono interessanti.
Echidna: Parli sempre al plurale quando citi Sansar, perché?
Dario: Perché siamo in quattro.
Echidna: Per utilizzare Sansar è necessario un visore?
Dario: No, puoi entrare anche via desktop come SL.
Echidna: Ma immagino sia molto diverso.
Dario: Estremamente diverso, assolutamente iper realistico e credibile.
Echidna: Non si rischia di alienarsi del tutto dalla realtà?
Dario: Cosa intendi per alienarsi? Da quale realtà?
Echidna: Di diventare schiavi della vita virtuale rispetto a quella reale * rido * appunto.
Dario: Tu dici di passare da uno stato di schiavismo ad un altro?
Echidna sorride.
Dario: Esatto so che comprendi perfettamente cosa intendo.
Echidna: Spieghiamolo a chi ci legge.
Dario: Che io sono di Milano ma non mi alzo la mattina alle 7:00 per prendere la metropolitana e arrivare trafelato in ufficio, per passare 8 ore di lavoro e tornare a casa, cenare, guardare la TV e andare a letto per 280 giorni identici all’anno; non avendo il problema di andare in ufficio mi sono trasferito in costiera amalfitana. Qui mi alzo anche alle 5:30, lavoro a progetti creativi che mi soddisfano, verso le 14:30 esco e vado nei boschi fino a raggiungere la vetta delle colline e lì mi fermo a osservare il golfo di Salerno
Echidna: questa la chiamo libertà.
Dario: Poi torno, metto il visore, e studio come potrebbe venire allestita la mostra di Barry William Hale che se riusciamo useremo come mostra pilota nella nuova factory sperando che vada tutto bene e che questo possa piacere alla gente. E che un giorno tutto ciò che facciamo possa essere riconosciuto da qualcuno come esteticamente pregevole.
Echidna: Dici “piacere alla gente”, ti chiedo, quale gente? Quella che frequenta Sansar e basta o credi che possa esserci un ponte col mondo esterno?
Dario: No non conto sulla popolazione di Sansar, conto sul portare gente esterna, semplicemente gente interessata alla realtà virtuale e all’arte in Virtual Reality.
Echidna: Questo mi interessa trasmettere: si può fare arte nella realtà virtuale perché consente modi e sistemi che il reale non consente, quindi può essere un’arte che va oltre, non tangibile forse ma estremamente affascinante, è così?
Dario: In realtà io intendo fare esporre solo artisti reali o fare esposizioni di design multipiattaforma. Ad esempio lo stesso prodotto di design può essere presentato in Real Life, o stampato con stampanti 3D o visto sul web come presentazione social o in Realtà Virtuale. La parte virtuale è lo spazio della factory.
Echidna: Coinvolgere il mondo esterno quindi in qualche modo.
Dario: Sì, certo Stex Auer uno dei miei collaboratori nonché amici ed è il fondatore di un gruppo di guru digitali (i digital guys) che operano all’interno del mondo del design e delle nuove tecnologie a Milano.
Echidna: Ah però!
Dario: Gianluigi Perrone invece è un regista che fa cinema in Realtà Virtuale a Pechino ed è la persona che ha ispirato il modello estetico della factory scrivendo un libro intitolato Realtà Virtuale in cui esprime in modo assolutamente nuovo e puntuale il tema dell’immersività.
Echidna: Interessantissimo.
Dario: Si vero… sono persone assolutamente illuminanti.
Echidna: Bene, le ultime due o tre domande poi ti libero.Pensi che pian piano lascerai Second Life?
Dario: Questa è solo una questione legata al vil danaro. Su SL si lavora benissimo e il trend di sviluppo è indubbiamente in crescita. Mi piacciono le nuove esperienze ed eventualmente quando saranno maturi i tempi magari semplicemente passerò su altre piattaforme. Premesso che Second Life è una pietra miliare per tutte le piattaforme in realtà virtuale
Echidna: Usi blender o qualcosa di più sofisticato per creare le tue opere?
Dario: Uso Blender per la modellazione e gli editor interni ai mondi virtuali – L’editor di SL su SL, quello di Sansar su Sansar, e Unity su Sinespace quando capita
Echidna: quello di SL è un po’ datato ormai…
Dario: Quello di SL è una bestemmia dal punto di vista della modellazione , tuttavia siccome ci vuole una competenza specifica per averci a che fare, è richiesta la presenza di chi ci ha speso lacrime e sangue per inventare procedure di lavorazione.
È una piattaforma empirica.
Echidna ride.
Dario: Ma la sua forma empirica è una matrice. Per tutti i mondi virtuali di fatto si tratta di creatività empirica
Echidna: Ti chiederei se hai progetti futuri ma credo che quello di Sansar sia già un progettone quindi ti vedremo lì.
Dario: Sì, certo quello è il progetto dei prossimi mesi, credo sia un buon esperimento poi vedremo.
Echidna: Be’, siamo curiosi, ti ricontatteremo magari più avanti così ci dirai.
In ritardo di soli cinque anni è arrivato il booktrailer di Celeste (prima del tramonto). Un regalo di Valentina G. Bazzani che quel giorno non aveva nulla da fare e ha deciso di impegnarsi per fare un regaletto a me.
Sono seduta in seconda fila e la presentatrice del concorso letterario invece di cominciare a chiamare i vincitori partendo dalle menzioni speciali per arrivare al primo premio, allarga le braccia e tace in un improvviso silenzio: dal fondo della sala voci si sovrappongono e vibrano parole di paura, speranza, rabbia, rinascita che ti salgono su per la schiena tra la pelle e i vestiti. Sono gli attori che leggono i racconti vincitori degli anni precedenti e si aggirano tra noi sussurrandoci stralci di opere passate. Abbiamo la pelle d’oca: come non condividere tutti quei sussurri, l’intensità dell’emozione?
Si è svolta, lo scorso 5, 6 e 7 ottobre, nella preziosa cornice delle Terme di Chianciano, in Toscana, la X premiazione per il concorso letterario nazionale Donna sopra le Righe, il cui presidente onorario è nientemeno, da sempre, Andrea Camilleri.
Concorso finalizzato alla sensibilizzazione rispetto alla prevenzione per il cancro alla mammella e proprio per questo organizzato sempre in ottobre.
Non voglio usare molte parole perché preferisco lasciar spazio ai protagonisti: Pinuccia Musumeci, donna splendida, impegnata da vent’anni nella campagna per la sensibilizzazione e la tematizzazione sull’argomento ancora oggi fonte di forti tabù.
PINUCCIA MUSUMECI
Laura Massera per Echidna Editing
Tu sei la presidente dell’associazione ONLUS IoSempreDonna, associazione che si occupa di, cito dal sito: 1) promuovere attività di informazione-prevenzione per il tumore al seno, 2) organizzare gruppi d’incontro tra soggetti affetti dalla stessa patologia per creare momenti di auto-aiuto 3) sensibilizzare le istituzioni e la pubblica opinione sui problemi che questa patologia tumorale reca con rilevanza anche sociale, e tante altre cose che non sto ad elencare perché è tantissimo. La prima domanda che ti faccio è, però, quale tra tutte le attività che fate è secondo te la meglio riuscita e quale invece necessita di più lavoro e sostegno.
Pinuccia Musumeci Presidente Associazione IoSempreDonna
L’attività che ha avuto maggiore riscontro è stata quella del sostegno psicologico che, dopo anni di attesa, perché inizialmente non capito dalle donne, è stato molto richiesto dalle donne stesse e dall’Azienda USL locale.
Più lavoro deve essere indirizzato all’informazione di chi ha ricevuto una diagnosi che spesso non conosce i propri diritti nella malattia: diritto all’eccellenza nella sanità (che non sempre è a portata di mano), nel lavoro… le donne affrontano la malattia, ma non sanno che dietro ad essa ci si porta un mare di problemi non strettamente collegati al tumore.
LM
Cosa pensi si potrebbe fare per potenziare questo aspetto?
PM
Lavorare sulla cultura.
Abbiamo fatto molto in 21 anni, ma le persone che si ammalano ora sono quelle che in questi 20 anni non hanno voluto sapere…
Il cancro, come sai bene, fa paura ed allora difficilmente ci si avvicina alla tematica se non sei coinvolta.
LM
Sì, anche se questa è una cosa che capisco poco: io se ho paura corro a controllarmi.
PM
Sì, ma se non sei malata, non ne vuoi sapere, e tante dopo, mettono sotto il mattone questa esperienza e non ne vogliono più sentir parlare.
LM
Vero, assolutamente vero, e credo che la paura a volte blocchi le persone, non siamo tutti uguali.
PM
Per la prevenzione: allestiamo il Knitting rosa, che è un messaggio colorato e sorridente, e come risultato abbiamo che nella zona c’è un’elevata adesione allo screening, una delle più alte della Toscana.
LM
Apriamo una parentesi, poi torniamo sul festival di Chianciano.
Parliamo di Pinuccia Musumeci ora, come ti descriveresti? Come descriveresti la tua vita, prima e dopo il cancro e prima e dopo l’Associazione?
PM
Persona riservata, timidissima che ha rivoluzionato la propria indole per comunicare con le altre su un argomento allora tabù, che ha messo a disposizione il suo tempo, la sua vita per dedicarsi all’obiettivo di cambiare la cultura della società sulla malattia e migliorare la qualità di vita delle donne in questo percorso.
LM
Ma sei consapevole di essere diventata un punto di riferimento fortissimo per molte donne e per molte associazioni?
PM
Mi meraviglio sempre, di essere conosciuta e riconosciuta, sono stupefatta del bene che sento circolare.
LM
Sì, lo immaginavo, vedendoti e conoscendoti, si vede che ti sorprendi sempre di quanto riesci a fare ed è una cosa bellissima di cui ti saremo sempre grate.
PM
Grazie.
LM
Senti, il Festival di Chianciano è un momento importante nel mese dell’anno dedicato alla prevenzione contro il cancro alla mammella; tu pensi che questa occasione letteraria aiuti davvero a diffondere la cultura della prevenzione o pensi che sia una cosa più finalizzata a donne che hanno già avuto una diagnosi per un confronto tra loro?
PM
Credo che al di là della scrittura come terapia, sia importante creare momenti di aggregazione per chi vive la malattia.
LM
Ecco sì, ho avuto quella sensazione, infatti.
PM
Ma anche parlare in modo corretto del Carcinoma mammario, ci sono tanti argomenti ancora sconosciuti ai più.
LM
Sì, lo immagino.
PM
Il Concorso Letterario è in fondo uno specchio della realtà, dal cancro piccolo al metastatico, al genetico…
LM
Ecco, dicci come ti è venuto in mente di organizzare un concorso letterario; accennavi alla scrittura come terapia.
PM
Perché 24 anni fa non trovavo chi ne volesse parlare con me.
LM
Deve essere stata dura.
PM
Ho provato, ma le risposte erano: quella donna è stata operata, ma non ne vuole parlare… e la mia paura aumentava, perché non potevo confrontarmi. Allora mi sono chiusa in casa e scrivevo, e dopo mi sentivo meglio.
LM
Chiaro, quindi è una cosa che è partita proprio dalla tua esperienza personale.
PM
Sì, c’erano state altre iniziative del genere su territorio nazionale, ma non avevano avuto seguito ed erano strutturate in maniera diversa.
Ci sono state anche dopo altre iniziative: hanno imitato anche il nome…
LM
Pensa te!
PM
Cerco di vedere il lato positivo: allora la nostra è una bella cosa!
LM
Lo è.
PM
[Sorride]
LM
Senti… come mai Camilleri si interessa alla nostra causa? Come è nato il sodalizio tra voi?
PM
L’ho conosciuto e gli ho presentato il progetto: ha subito creduto in noi e mi ha messo in contatto con Maria Luisa Bigai – sua allieva – per darci una mano a svilupparlo; lui ama la donna in tutte le sue manifestazioni. Intorno a lui sua moglie e le sue tre figlie
LM
E Luisa, che intervisterò domenica, spero
PM
Ti racconterà lei il suo bellissimo rapporto di alunna e di lavoro con Camilleri
LM
È una mia impressione o c’è la tendenza a premiare maggiormente i racconti ironici? Se sì perché?
PM
Il giudizio scaturisce da una giuria composta da persone che a volte neanche si sono mai viste: a loro arrivano gli scritti anonimi e mi inviano la loro votazione; la valutazione di ognuno viene messa su una griglia: vince lo scritto che ha ricevuto più voti, a seguire il secondo e poi il terzo.
LM
Ed eccoci alla domanda successiva che volevo farti: la giuria del concorso è sempre la stessa tutti gli anni o cambia? Chi sceglie i membri?
PM
Alcuni sono presenti da più anni, ma alcuni cambiano. Cerchiamo di avere sempre un docente, almeno 1, di lettere, una psicologa, un voto viene espresso dall’Associazione, io però non ne faccio parte. Ci sono state giornaliste, scrittori.
Cerchiamo di mettere insieme persone di vario genere, in modo che ne esca un giudizio il più possibile vicino alla società.
LM
Insomma, bei nomi quindi. Senti, secondo te il bacino d’utenza del concorso è quello dei social o riuscite anche ad uscire dal web?
PM
Il concorso ha avuto un ampliamento di bacino con il web, come per qualsiasi attività, così si riesce a raggiungere la persona di Bolzano, come quella di Ragusa, ed abbiamo una panoramica completa di come viene vissuto il Cancro al seno nelle varie regioni.
LM
Indubbiamente, ma vi muovete anche fuori dal web immagino.
PM
Con le associazioni sul territorio nazionale e regionale, localmente con manifesti e locandine.
LM
Infatti, c’erano molte rappresentati di associazioni a Chianciano durante il festival.
PM
E questo è molto bello, perché così il lavoro diventa più capillare, le associazioni fanno da portavoce.
Credo nella scrittura come terapia, nei vari sviluppi: dalla scrittura come diario, alla scrittura creativa…
Quindi se anche le altre associazioni fanno attività di questo tipo, riusciamo ad aiutare più donne.
LM
Verissimo!
Senti questa e tutte le altre attività dell’associazione ti impegneranno davvero tanto, immagino. Rimane tempo per nuovi progetti futuri?
PM
Ci devono sempre essere, ci dobbiamo muovere in base alle richieste.
LM
Che sono? Ad esempio? Per dirne una?
PM
Abbiamo appena finito un progetto di Riabilitazione psicofisico con l’UPMC, finanziato dalla Komen: Visite mediche, nutrizionista, musicoterapia, psicologa, palestra…
LM
Molto bello, non vi fermate mai!
PM
Quasi mai.
LM
[Sorrido]
Ora ti lascio alle tue attività, ma vorrei chiederti di salutare il gruppo di editor e scrittori di cui faccio parte con un messaggio significativo per la lotta che stai e stiamo conducendo.
PM
Pensando a questo (scrittori ed editor) mi viene da dire: parlare del Cancro in maniera corretta, facendo passare notizie giuste, senza tergiversare, dire Cancro e non brutto male oppure male inguaribile…
Queste sono le paure di chi non sa, non sa cosa vuol dire avere un cancro, vivere la malattia, guardare l’orizzonte e vedere che ti si stringe.
LM
Questa immagine è davvero calzante.
PM
Pensa che come insegnante dovevo presentare la programmazione scolastica annuale e non riuscivo.
Come potevo farla se non sapevo se… è stato uno sforzo enorme.
LM
E invece…! Invece ora sei un simbolo!
PM
Invece sono qui dopo quasi 25 anni dalla diagnosi.
LM
Pinuccia, io non ho parole abbastanza grandi per ringraziarti.
PM
Basta il tuo sorriso incredulo di quando mi hai conosciuta, l’ho impresso nel cuore.
GRAZIE.
LM
Grazie a te, davvero, Pinuccia.
Passiamo ora al frizzante Lorenzo Degl’Innocenti, uno degli incredibili attori che hanno inizialmente sussurrato le frasi dei premi degli anni scorsi per poi passare a leggere alcuni dei bei racconti vincitori del premio. Carriera intensa, piena di importanti presenze e amore per l’arte di cui si fa portavoce.
LORENZO DEGL’INNOCENTI
Laura Massera per Echidna Editing
Ciao Lorenzo, intanto grazie per la tua disponibilità, cercherò di non farti perdere troppo tempo.
Lorenzo Degl’innocenti – Attore
Non ti preoccupare.
LM
Ho letto che hai studiato recitazione a Firenze, per poi spostarti a Bologna e poi virare alla volta di Genova. Raccontami brevemente qualcosa di te e della tua vita teatrale. Tipo, qual è l’aspetto del teatro che ti intriga maggiormente e ti ha spinto a intraprendere questa strada. Wikipedia docet. [sorrido]
LDI
Dunque: Intanto wiki non l’ho scritto io, infatti l’episodio di Genova è vero in parte. Ero lì per accompagnare un amico, fargli da spalla al provino e ci hanno presi tutti e due, ma io non avevo in programma di stare a Genova, comunque al secondo provino non mi hanno preso. [sorride]
LM
Ecco l’affidabilità della rete!
LDI
Ho cominciato a fare teatro verso i 15 anni, o meglio, è stata mia sorella che, vedendomi timido in modo quasi patologico, ha deciso di iscrivermi a una scuola di teatro. Il primo giorno di corso ero terrorizzato, dovevamo salire sul palco e dire qualcosa di noi, io mi sono avviato sul palco e appena ho messo piede sulle tavole di legno ho sentito che quello era il luogo dove tutto tornava al suo posto, una bolla di perfezione. Potrei descriverti l’odore, il rumore, la luce. Ricordo tutto, perché è stata una scoperta vera. Poi corsi di teatro, un po’ come tutti, incontrando maestri sempre più bravi; dal teatro dialettale a quello politico. Tutti ugualmente grandi. Sono stato fortunato, perché ho fatto quello che si chiama “l’attor giovane” con attori ormai grandi, anziani, e ho rubato tutto quello che potevo.
LM
Tutti ugualmente grandi? Non hai un regista preferito? Con cui ti sei trovato meglio? Non dico migliore in senso assoluto, ma migliore per te.
LDI
Sì, ma sono più di uno: Franco di Francescantonio era uno degli attori più straordinari che abbia mai visto all’opera, l’ho seguito in ogni modo, come direttore di scena, come tecnico luci, fonico e attore; poi Albertazzi; e Arnoldo Foà, una specie di padre.
LM
Sei stato fortunato, sì. Domanda scorretta (puoi non rispondere): come ti trovi con Maria Luisa Bigai? Che storia professionale ti lega a lei?
LDI
Allora, conosco Maria Luisa da un bel po’, ci siamo incrociati e stimati. Lei è un vulcano di idee, di creatività e di gentilezza, che non è dote scontata e poi, come hai potuto vedere, capisce le persone e le sa mettere insieme.
LM
È stata grandiosa l’operazione che ha fatto a Chianciano, sono rimasta davvero a bocca aperta. per la vostra bravura e per la complessità degli elementi inseriti.
LDI
[Sorride]
LM
Senti… una domanda un po’ frivola e un po’ no: vorrei sapere qual è il teatro italiano più bello e qual è il pubblico italiano che dà maggiore soddisfazione? Dopo smettiamo (quasi) di parlare di teatro.
LDI
Eh, domanda da un milione di dollari.
LM
[Rido] lo so
LDI
A me piace tanto il teatro di narrazione, per dire: Paolini o Marco Baliani. Ma ultimamente devo dire che Fabrizio Gifuni è meraviglioso. Adoro il teatro di Servillo, ma mi piace stare a teatro, sempre, è il rito, che mi attira.
LM
Il rito in che senso?
LDI
Il teatro è un rito. C’è uno che arriva in un posto, che possiamo chiamare palco, e un altro si siede e lo ascolta: è un rito. Pensa alla messa…
LM
Certo, chiarissimo.
Passiamo adesso a IoSempreDonna e alla sua manifestazione Donnasopra le Righe.
Innanzitutto, domanda di rito (a proposito): da quanto tempo partecipi a questa manifestazione e come ne sei entrato in contatto?
LDI
Nell’ estate del 2015 ero a Monticchiello con un mio spettacolo, Maria Luisa e Luana erano lì, a fine spettacolo mi hanno chiesto di partecipare, così è stato.
LM
Quindi già un po’…
LDI
Certo, sono anziano!
LM
Smettila subito.
L’esperienza di Chianciano è molto diversa dal tuo normale lavoro di recitazione o ne fa parte semplicemente come una forma diversa della stessa materia? Vista la tua risposta sul rito direi che ormai conosciamo la risposta.
LDI
Da qualche anno mi dedico al teatro legato alla letteratura, ho lavorato con tanti scrittori, ho realizzato audiolibri e creato spettacoli che avvicinino il pubblico alla lettura e alla poesia, quindi in un certo modo nelle mie radici c’è già questo tipo di approccio, però… l’esperienza di Chianciano è tutta particolare. Ti spiego: l’argomento è terribile, perché, è inutile nasconderci, raccontare il dolore, quel dolore, è difficile. Avendo l’autore vicino, normalmente, ti senti sempre osservato, giudicato. Ma a Chianciano non succede. ti lasci andare completamente, perché quello che fai ha un senso nuovo, ti lasci andare così tanto che quelle parole diventano le tue. Quando siamo entrati in sala e abbiamo declamato ognuno poche righe di un brano fatto anni fa, ci siamo subito resi conto che stavamo entrando nelle persone, dagli occhi, dalle orecchie, dai pori… alla sesta parola io avevo la voce che mi tradiva. Ero così tranquillo che mi sono regalato tutta l’emozione di quelle parole. È stato importante.
LM
Che belle parole, sai io ti intervisto perché con alcune persone ho fondato un’associazione culturale che si occupa di scrittura creativa, ma sono anche una delle donne rosa di Chianciano, quindi le tue parole mi colpiscono ed è vero quello che hai detto, l’ho sentito molto chiaramente.
Scusa, ora, se torno al tecnico. Nel teatro normalmente avete copioni da imparare o da seguire ma si tratta comunque sempre di traduzioni e mai di testi interi. Com’è invece recitare un testo letterario integro? Che relazione trovi ci sia tra recitazione e scrittura nella sua accezione più stretta?
LDI
Leggere uno stralcio ti lascia sempre con un po’ di vuoto, perché vuoi sapere come va a finire. Leggere un brano intero, bello, hai comunque un vuoto dentro, perché è finito ed è un po’ come salutare qualcuno a cui hai voluto bene.
LM
Questa è una delle cose strazianti della lettura in generale, a me accadde leggendo Q, alla fine mi misi a piangere, non per la storia ma perché era finito il libro.
LDI
E comunque fa tutto parte di una stessa necessità, quella di raccontare, siamo fatti di racconti, tutti quanti, di quelli che abbiamo sentito e che ci hanno formato e di quelli che facciamo agli altri per farci riconoscere.
LM
Siamo quasi alla fine, tra poco smetto di torturarti.
Avevo pensato di chiederti se tu pensi che questa manifestazione sia efficace per le donne che partecipano e non solo, ma preferisco chiederti se è efficace per te: cosa ti ha lasciato Chianciano?
LDI
È efficace per le donne prima di tutto, ecco, vedi, la letteratura serve anche a questo; quando leggi di sentimenti, passioni o dolori a cui non hai dato un nome, capita che tu legga che quelle cose che hai provato, le raccontano altri, allora pensi che non sei solo, che quelle cose ora per te hanno un nome.
LM
Scherzi che la letteratura fa spesso.
LDI
Mentre venivano fatte le letture guardavo le donne del pubblico, annuivano ascoltando quello che le autrici avevano scritto, come a dire ” sì, è proprio così” “l’ho vissuto anche io”, quindi i racconti servono a non sentirsi soli
Per quanto riguarda me… be’, ho portato a casa la sensazione che le cose avessero un loro posto, un po’ come quando sono salito sul palco la prima volta.
LM
Capisco. Tornerai?
LDI
Ovvio.
LM
[Sorrido.]
Ultimissima domanda, anzi, una richiesta.
LDI
Spara.
LM
Lasciaci una riflessione per il futuro, tuo, nostro, di Chianciano, della letteratura, del teatro, di quello che senti di più.
LDI
Va bene, lo faccio, poi vedi tu se la cosa è troppo lunga, ma voglio raccontarti della serata dopo il premio.
LM
Certo.
LDI
L’euforia di quella serata ancora non mi abbandona. Quando a un certo punto siamo saltati su a ballare…e ti ricordo che io sono stato un timidissimo, ho sentito che anche quello era un rito. C’era un’allegria sincera ma anche un po’ forzata. Era come se avessimo trovato tutti insieme il modo migliore di celebrare la vita.
Sembrava una specie di Sabba meraviglioso, ancora una volta un rito. A un certo punto mi sono fermato e mi sono guardato intorno, ho pensato che la maggior parte delle persone intorno a me avevano o avevano avuto un tumore, ed erano lì, a ballare e a celebrare la vita: mi sono commosso, e allora ho ballato più forte, per me e perché era la cosa giusta da fare.
LM
Sì, è così che si fa: quando la vita ti mette alla prova tu devi ballare più forte. Hai centrato il punto.
LDI
Meno male! [Sorride]
LM
Be’, non saremmo state lì altrimenti, noi e voi, non si sarebbe creata quell’energia così potente.
LDI
E difficile da spiegare, ci ho provato una volta a casa, ma non c’è modo. Mi piace pensare di esserci entrato come persona, grazie al mio essere attore.
LM
No, non c’è. Solo passandoci attraverso, come noi o come un attore che entra nel ruolo, si può capire.
Va bene, ti abbandono, cosa farai da qui all’anno prossimo? Ci penserai? [Rido]
LDI
Vi penserò… sì, certo, e rivedrò Luana e Pinuccia.
LM
Ringrazio te e tutta la temporanea compagnia perché avete trasformato dei simpatici raccontini in qualcosa di scoppiettante, vibrante, vivo. Bravi e ancora grazie.
LDI
Grazie a te.
Infine, ma non certo per importanza, Maria Luisa Bigai, donna eclettica, sempre dedita alla ricerca, pupilla di Camilleri e talentuosa donna di teatro in tutte le sue manifestazioni in Italia e all’estero, anche lei con un invidiabile curriculum di tutto rispetto. Spina dorsale, insieme a Pinuccia, del concorso e del Festival.
A lei la parola.
MARIA LUISA BIGAI
LAURA MASSERA PER ECHIDNA EDITING:
Ciao Maria Luisa, ho letto tante cose di te: che sei docente di discipline teatrali al conservatorio di musica San Pietro a Majella di Napoli, che ti sei formata all’Accademia Nazionale d’Arte drammatica Silvio D’Amico di Roma, allieva, attrice e a lungo assistente di Andrea Camilleri e non solo. Citiamo Camilleri perché è quello popolarmente più conosciuto in Italia, ma hai avuto frequentazioni teatrali nazionali e internazionali di altissimo spessore. Sei una viaggiatrice e una ricercatrice, una, direi “spaziatrice” nel senso che ti piace muoverti sia geograficamente sia nella ricerca artistica. Dopo aver letto tutte queste belle cose, molto formali, ti chiedo, puoi, vuoi, darci una breve descrizione della tua vita e di te stessa? O una definizione, decidi tu.
MARIA LUISA BIGAI:
Mah… È sempre difficile, definire e definirsi contengono tra l’altro le parole fine e finire, e a me invece piace muovermi. Forse, direi, Teatrante… in viaggio… so che il termine è stato usato in senso diminutivo, ma rivendico con esso una pratica costante una modalità di approccio e di funzionamento. Un proletariato culturale che usa lo strumento teatro come una chiave inglese o un cacciavite, per aprire o sbloccare meccanismi che non stanno sempre o solo nei velluti e nella polvere di certi edifici, ma che si declina a seconda dei luoghi, delle persone e della possibilità di interagire.
LM
Sei, lo abbiamo detto, una persona eclettica e molto attiva ma qual è la cosa a cui non riusciresti mai a rinunciare tra tutte quelle che fai?
MLB
Quello a cui non potrei mai rinunciare è l’allegria e l’intensità della condivisione. Credo sia una chiave di lettura di quelli che chiami aspetti eclettici della mia vita. Soprattutto di quella artistica. Per questo la didattica il palcoscenico la scrittura non sono per me disgiunti dalla vita ma ne sono uno degli aspetti, una declinazione, un momento, una porzione come di una giornata un’alba o un tramonto.
LM
Entriamo nel merito di Chianciano: come sei arrivata lì?
MLB
Sono arrivata a Chianciano nel 2009 come voce per le letture. Mi chiamò Pinuccia. Mi disse che, per contribuire al nascente concorso, Camilleri aveva suggerito il mio nome perché pensò potessi essere la persona giusta per dare loro una mano, data la mia esperienza trasversale di attrice ma anche nell’ambito letterario e organizzativo. Al festival che dirigevo a Roma avevo tra l’altro già organizzato vari eventi di tematica civile e sociale con particolare amore e attenzione per il femminile.
LM
Cosa ti piace e cosa invece pensi che occorrerebbe migliorare nella manifestazione e nel concorso di Chianciano?
MLB
Come tutte le manifestazioni pubbliche Chianciano è migliorabile certo, e in verità ogni anno è sempre migliorata in qualcosa. Va considerato che l’associazione non è un ente teatrale o letterario e si occupa già di moltissime cose con grande sforzo delle Signore di Chianciano che operano tutte a livello di volontariato. La maggiore miglioria pare sia la capacità che stiamo affinando di lavorare in squadra.
LM
Io lo so, ma vogliamo dire da quanto tempo ti occupi dell’organizzazione del concorso di letteratura di Chianciano?
MLB
Sto collaborando da 10 anni. Prima come voce, ma il colpo di fulmine fu totale con queste straordinarie persone e da allora mi sono occupata di dare una struttura alla manifestazione e ho ideato e sviluppato il format della serata coinvolgendo attori, attrici e personalità perché si sappia sempre di più la bellezza di questa realtà. E da qualche anno sono anche in giuria per la scelta dei testi…
LM
Una domanda che ho posto anche a Lorenzo Degl’Innocenti, molto tecnica forse ma che a noi scrittori sta a cuore: che differenza c’è tra lavorare con delle traduzioni teatrali o con dei testi integri di narrativa?
MLB
La questione non è banale né ovvia.
Esiste il testo ed esiste la circostanza della sua condivisione. Una pagina letteraria è anche bello che uno se la legga da solo. A una premiazione inevitabile è il tema del tempo e della durata. La voce poi induce a una teatralità e questa ha necessità e misure diverse dalla pagina letteraria. Il poeta Orazio poi diceva di scrivere e chiudere per mesi se non per anni una pagina nel cassetto e poi di limare e limare ancora. Si potrebbe anche osservare che voler scrivere e aver bisogno di scrivere non siano automaticamente sinonimo di saperlo fare, all’impronta, su un tema così delicato, e in maniera efficace. Ma non è questo il caso di Chianciano, naturalmente, dove la selezione di frammenti per la serata è puramente contestuale, alla luce dei molti (12 quest’anno) testi segnalati da presentare assieme e in un tempo limitato.
LM
Pensi che una manifestazione come questa aiuti davvero la causa o (sono maligna) pensi che molte persone vengano solo per il Concorso letterario e il conseguente premio?
MLB
Tutte e due le cose.
Il concorso sta venendo sempre più riconosciuto per il suo specifico valore di scrittura terapia, che è il vero scopo del progetto: attraverso lo strumento e l’esercizio della scrittura, operare per il superamento emozionale della esperienza del cancro, diretta o indiretta. Poi accade che uno indichi la luna è qualcuno guardi il dito, perciò, sì, ci sono persone che hanno il cattivo gusto di concorrere fingendosi donne o fingendosi malati o raccontando eventi completamente fuori tema. probabilmente per la speranza di farsi notare in qualche modo da Andrea Camilleri, ma questo non ha che relativa importanza. È un limite individuale di qualche persona inopportuna, non del progetto.
LM
Qual è il regalo più grande che ti ha fatto Chianciano in tutti questi anni e cosa ha apportato al tuo modo di concepire la vita e magari anche l’arte?
MLB
Il regalo più grande che ho ricevuto da questa esperienza è l’incontro con persone uniche e di animo grande. Ho superato molti tabù personali verso la malattia. Le donne hanno risorse che non ci si potrebbe immaginare, a priori.
E quando ho avuto problemi io, mi sono trovata attorniata di amiche vere, di cuori grandi, di anime belle e di persone generose che mi hanno aiutata senza che nemmeno glielo chiedessi. la mia arte non può che essersi abbeverata in tanta umanità e questo, avendomi reso persona migliore, mi ha fatto crescere nel mio rapporto con la pagina e col modo e il senso di cercare di restituirla, di condividerla.
LM
So che hai vinto anche tu premi per la scrittura, che effetto fa trovarsi dall’altra parte?
MLB
Ho avuto dei riconoscimenti per la scrittura e devo dire che nelle premiazioni “veramente” o, meglio dire, esclusivamente letterarie non ho mai trovato quel cuore e quell’attenzione che ricevono le pagine e chi le scrive, a Chianciano.
LM
Quale ruolo preferisci indossare: quello dell’autrice o quello dell’organizzatrice?
MLB
Questa domanda mi fa sorridere poiché il vestito è quello che indosso per partecipare con la stessa trepidazione nuda e autentica a entrambe le situazioni!
LM
Già questa è una bellissima affermazione carica di forza vitale, ma lasciaci con una frase per il futuro, che per noi donne con diagnosi di carcinoma alla mammella è una parola così importante.
MLB
La malattia è una gran scocciatura! La malattia toglie tempo, lo pretende, toglie mente, toglie e pretende energie… ma è anche una occasione per tornare a se stesse, per rincontrarsi, laddove qualcosa di noi lo avevamo trascurato, ignorato sottovalutato, poco curato…
La malattia ci ricorda la bellezza assoluta della vita e dei momenti condivisi e degli istanti felici.
Quando e finché posso levo il calice e auguro immancabilmente: che sia sempre il penultimo!(mai l’ultimo) dopodiché, se è vero che la vita ha nella sua natura di trasvolare altrove penso che in qualche modo o forma il vero delitto sarebbe non viverla.
…a me stessa ripeto spesso: never give up!
Presentazione al Festival dell’Eros di Zibello di Confessioni al telefono, libro prodotto dal labratorio di scrittura I Parolanti ed organizzato da Echidna Editing
Come avevo pensato di farla:
Confessioni al telefono
Buon pomeriggio a tutti e grazie per essere venuti.
Oggi siamo qui per presentare un libro, Confessioni al telefono, che è il risultato ottenuto da un concorso svolto all’interno del gruppo Facebook I Parolanti (di cui poi parleremo).
Confessioni al telefono lo potete trovare su tutti gli e-store più e meno conosciuti a costo zero.
Perché a costo zero? È una storia che parte da molto lontano e proverò a raccontarvela piano piano.
Innanzitutto, Confessioni al telefono è una raccolta in cui gli autori hanno potuto riversare il meglio di loro stessi in sfaccettature imprevedibili e diversissime tra loro grazie al fatto che il genere era a scelta libera, cosa non comune nelle antologie.
Importante precisare che i racconti sono stati selezionati da una giuria professionale capeggiata da Luca Occhi, che ci ha dedicato questa chiusa, che ora vi leggo, dal titolo:
IMPEGNO E PASSIONE, UNA POSTFAZIONE
Quest’antologia è il risultato di tanto impegno e passione, come dovrebbe essere per tutte le antologie. Quelle ben fatte, almeno. Un lavoro di squadra cui hanno contribuito, ciascuno per la propria parte, i creatori del concorso, gli scrittori, i giurati, gli editor, l’illustratore della copertina, il correttore delle bozze e l’editore. Un bel po’ di gente, vero? Sì, perché è così che dovrebbe realizzarsi una pubblicazione seria, con il contributo di tante competenze differenti fra loro che collaborano al fine di perseguire al meglio uno scopo comune.
Ai creatori del concorso e al sito de I Parolanti dobbiamo l’idea, l’elaborazione del bando, la diffusione del progetto, ma soprattutto l’averci creduto quando ancora per tutti le “confessioni al telefono” erano solo un sogno.
Agli scrittori, sembra scontato, siamo debitori dei racconti. E anche del fatto che abbiano accettato di mettersi in gioco, e di lasciare che altri, una volta selezionati, provassero a lavorare sui loro componimenti al solo fine di migliorarne la qualità. Ma restiamo pure debitori nei confronti di tutti quelli che hanno partecipato al concorso pur non essendo stati selezionati, perché hanno permesso di allargare la base di scelta, contribuendo a innalzare il livello qualitativo del risultato finale.
Ai giurati siamo debitori del loro tempo. Tempo impiegato nella lettura degli elaborati e nella valutazione, con uno sguardo teso al futuro, alla pianta che avrebbe un giorno potuto diventare quel seme fatto di parole, sotto le cure di un giardiniere attento.
E ci sono gli editor, i giardinieri della narrativa. Che con pazienza hanno potato, concimato, trattato i racconti al fine di trarne il meglio delle loro potenzialità.
Siamo debitori nei confronti dell’illustratore, cui è toccato il difficile compito di fermare in un’immagine l’essenza stessa di quest’antologia.
Dei correttori di bozze, cacciatori di refusi, esperti dei mille tranelli che riserva questa nostra bellissima quanto insidiosa e sempre meno conosciuta lingua. Anche loro hanno regalato a tutti noi, per amicizia e la passione che ci accomuna, il loro tempo sottraendolo alle mille altre incombenze della vita.
Infine, ma non ultimo, dobbiamo essere grati al progetto editoriale che ha portato al libro vero, senza il quale gli sforzi di tutti non avrebbero portato a nulla di concreto e questa raccolta sarebbe rimasta davvero solo un sogno.
Come vedete, in un’opera come questa è racchiuso un briciolo della vita di tantissime persone. Quel che vi abbiamo chiesto è di aggiungerne un po’ della vostra. Perché l’aver concluso questa lettura è solo la prima tappa di un emozionante viaggio senza meta, destinato a continuare, all’infinito, proprio dentro di voi, cari lettori.
Luca Occhi,
Presidente della Giuria del concorso
Confessioni al telefono è il primo progetto, degno di questo nome, dell’Associazione Culturale Echidna Editing.
Facciamo il punto su cos’è Echidna Editing. Forse alcuni di voi ne hanno già sentito parlare, ma non tutti sanno cosa ci anima, quali sono le forze che ci danno la spinta a fare quel che facciamo.
Intanto i volti dietro l’associazione Echidna Editing sono: quello di Olympia Fox, che praticamente tutti conoscete, Eugenio Saguatti che conoscono bene le socie di EWWA che hanno frequentato i suoi workshop e la mia, un po’ meno conosciuta forse, ma molto tenace. Siamo tre scrittori e tre editor, chi con formazione di più lungo corso come Eugenio, chi con esperienza con generi specifici come l’erotico e il romance, come Olympia, chi, come me, che si alterna tra la narrativa e i gialli.
Con noi collaborano però vari professionisti, a vario titolo, per poter offrire un servizio completo nella elaborazione dei testi che gli autori vogliono sistemare e far diventare dei libri nel senso più completo e corretto del termine.
Dai grafici, ai legali, a tutto ciò che serve per trasformare un testo in un libro.
Apriamo però ora una breve parentesi sulla genealogia di Echidna.
Qualcuno conosce l’Echidna? Sapete ci cosa si tratta?
Per chi non lo sapesse, Echidna è uno dei più antichi mostri sacri della mitologia greca.
La nascita di Echidna non sarebbe nemmeno così terribile, visto il profondo legame con le divinità primordiali legate alla terra e al mare che la generarono; eppure, forse in quanto figlia di un incesto, dell’unione tra fratello e sorella, Forcis e Ceto (che già sembra fosse mostro marino), ebbe in dote un aspetto non del tutto accattivante anche se sufficientemente attraente da sedurre diverse altre divinità.
Ma sorvolando ora sul suo aspetto, Echidna ci interessa per la sua prole.
Sì, perché con Tifone generò Ortro, cane di Gerione, Cerbero, l’Idra di Lerna e la Chimera. Con Ortro, ebbe Fice, un mostro di Beozia, il Leone di Nemea e la Sfinge.
Nientemeno.
Ecco, nella mitologia greca, il risultato della prole dipende profondamente e in modo radicale dalle caratteristiche delle divinità che si univano.
Se noi, artisti della parola, consideriamo le parole come divinità supreme da cesellare, manipolare, gestire e, in pratica, ci sentiamo più dei degli dèi, dobbiamo allora essere consapevoli dell’enorme responsabilità che abbiamo. Responsabilità che riguarda sia il messaggio che vogliamo dare, sia la forma in cui lo vogliamo trasmettere.
Non diciamo nulla di nuovo e non vorrei ricorrere alla famosissima gag di Nanni Moretti in Palombella Rossa, ma lo farò perché certe immagini create da menti geniali è bene non dimenticarle:
“Chi parla male, pensa male e vive male. Bisogna trovare le parole giuste: le parole sono importanti!”
La responsabilità è sia verso i nostri contemporanei sia verso i posteri. Accoppiamenti sbagliati generano mostri, mostri che possono essere più o meno benigni, più o meno funzionali anche – perché no? – ma quella che è richiesta è un’estrema consapevolezza di quel che si fa, del ruolo che si sta avendo e di come lo si intende usare.
Ecco perché Echidna Editing.
Perché la parola è bifida, sempre, ed è, come disse qualcuno, uno strumento di morte spesso più potente delle bombe.
Dunque, Echidna Editing si propone l’ambizioso compito di domare questi mostri e piegarli al nostro volere e non agli scherzetti che vorrebbero fare una volta usciti dalle nostre dita, se noi mancassimo di lucidità, consapevolezza, sapienza, talento e tecnica.
Echidna, ovviamente, per sua stessa natura, ha anche un progetto che si può definire etico, (e qui torniamo a bomba): I Parolanti, di cui abbiamo qui oggi uno degli esponenti e amministratori: Nicola Pera, ed è grazie a I Parolanti che abbiamo potuto far uscire Confessioni al telefono.
I Parolanti sono la contro-editoria. Sono la nostra battaglia per salvare la bella scrittura. Prima di tutto esiste il gruppo con il suo blog, nel senso che le cose migliori prodotte dal gruppo Facebook sono tutte pubblicate su un blog che porta lo stesso nome: I Parolanti. Quello che viene prodotto sono essenzialmente esercizi, più o meno difficili, ma che, a quanto pare, danno molto ai nostri amici, e li ( e CI) aiutano molto a crescere dal punto di vista della capacità narrativa.
Detto questo, spesso Echidna Editing e I Parolanti si incrociano, necessariamente.
Per esempio, come Echidna abbiamo avuto un bellissimo libro tra le mani, che ha partecipato ad un concorso che immeritatamente non ha vinto. Ebbene, questo romanzo, uscirà, esattamente come Confessioni al telefono, a costo zero, in modo da cominciare a far sapere al mondo che esiste ancora qualcuno che si occupa di salvaguardare e diffondere la bella scrittura.
In questo senso siamo la contro-editoria, nel senso che noi non tratteniamo diritti di alcun tipo, l’unico scopo che ci prefiggiamo è far leggere e far conoscere i nostri autori più meritevoli a un pubblico sempre più vasto sperando che questo arrivi presto anche alle orecchie e agli occhi delle Case Editrici più importanti, non necessariamente le più grandi ma quelle buone, che difendono le Edizioni non a pagamento, che si occupano di trovare nuovi talenti e che se ne prendono cura e li portano ai vertici della letteratura contemporanea.
È una sfida ambiziosa, ce ne rendiamo conto, ma è il nostro modo di lottare per un mondo e una letteratura migliori.
Vorrei ora leggervi un pezzo tratto da uno dei racconti migliori della raccolta, tanto per incuriosirvi, lasciando il resto alla vostra lettura.
Non vi divo il titolo perché non voglio rovinarvi la sorpresa. 😊
di Giovanna Hugues
La donna prese il cervello e lo appoggiò su una carta stagnola.
Poi aggiunse un filo d’olio e un po’ di sale quindi andò in giardino a tagliare un rametto di rosmarino e inciampò.
Cadde per terra, sbatté la testa e le uscì un occhio dall’orbita. Raccolse il suo occhio, raccolse il rosmarino e tornò in casa.
Appoggiò il rosmarino sul cervello e l’occhio sulla mensola, chiuse la stagnola, accese il forno e ci infilò l’occhio. Il cervello invece lo mise in lavatrice con una buona dose di Oxigen nella speranza che si ossigenasse un po’.
Poi controllò l’occhio dentro al forno che stava facendo una bella crosticina croccante.
«Sono l’operatore 4395 posso aiutarti?»
«Io veramente cercavo il Telefono Amico.»
«Hai fatto il numero giusto, io sono l’operatore 4395 del Telefono Amico, ben trovata, posso aiutarti?»
«Penso di sì, ho messo l’occhio in forno e il cervello in lavatrice ma non ricordo più perché avevo preso il rosmarino.»
«In che senso hai messo l’occhio in forno e il cervello in lavatrice?»
«Penso nel senso giusto, be’ l’occhio è tondo per cui qualsiasi verso immagino vada bene, mentre il cervello l’ho adagiato sul fondo del cestello, ho sbagliato qualcosa?»
«Ok, senti, allora vediamo, di che occhio stai parlando?»
«Del destro, l’occhio destro.»
«Ma l’occhio di chi è?»
«Mio perbacco, perché di chi pensavi che fosse? Tu per caso te ne vai in giro a prendere gli occhi degli altri?»
«No, certo e il cervello? Di chi è cervello?»
«Ma allora mi prendi proprio per stupida! È mio anche il cervello.»
«Capisco, quindi tu ti saresti tolta il cervello e un occhio e avresti messo uno nel forno e l’altro nella lavatrice, giusto?»
«No, sbagliato, lo vedi che non mi ascolti? Ho messo il cervello in lavatrice e l’occhio in forno.»
«Giusto, mi ero confuso.»
«E allora?»
«Scusa, pensavo a quello che mi hai raccontato. E come ti senti adesso? Sei a casa da sola o c’è qualcuno accanto a te?»
«E che differenza fa?»
«Pensavo avessi voglia di parlare.»
«Ma voi li ascoltate quelli che telefonano oppure leggete tutto su un foglio precompilato?»
«Certo che ti ascolto, dimmi.»
«Oddio! Te l’ho già detto, volevo sapere come posso fare a ricordarmi per quale motivo ho preso il rosmarino. Cioè il motivo per cui l’ho preso lo so, per metterlo sul cervello ma non ricordo a cosa può servire il rosmarino sul cervello.»
«Ah ecco, però a questa domanda non so rispondere neanche io. Quanti anni hai?»
«Che importanza ha?»
«Dalla voce mi sembri giovane, vivi da sola?»
«No, vivo con i miei gatti.»
«A me piacciono molto i gatti, io ne ho due, tu quanti ne hai?»
«Due anche io.»
«Come si chiamano?»
«Perché mi chiedi dei miei gatti? Che te ne importa dei miei gatti? Comunque si chiamano Occhio e Cervello.»
«Occhio e Cervello? Ma sono i tuoi gatti che hai messo in forno e in lavatrice?»
«Certo che no, mi hai preso per una pazza?»
«No, figurati è che… come hai detto che ti chiami?»
«Non l’ho detto.»
«E non vuoi dirmelo?»
«Aspetta un attimo, torno subito…»
«Eccomi, per colpa tua mi si è bruciato l’occhio. Allora vuoi dirmi o no a cosa mi serve il rosmarino?»
«Ti si è bruciato l’occhio? Quello che avevi messo in forno?»
«No, l’altro, maddai! Certo che mi si è bruciato quello che avevo messo in forno! Comunque, ora ci ho messo l’altro ma se brucio anche questo poi li ho finiti. Allora vuoi dirmi sì o no come faccio a sapere perché ho preso il rosmarino?»
«Hai messo l’occhio sinistro in forno? E ora come fai a vedere dove vai?»
«Semplice, non vado da nessuna parte.»
«Va bene ma come farai adesso senza vedere?»
«Guarderò invece di vedere.»
«E che significa?»
«Cosa scusa? Vuoi sapere la differenza tra guardare e vedere?»
«No, voglio dire che… Ma perché hai messo gli occhi in forno?»
La luce della luna entrava dalla finestra spalancata per il caldo.
Francesco, il cuore troppo colmo di sgomento per riuscire a dormire, si era acceso una sigaretta e si era affacciato a osservare la luna.
Cosa sarebbe successo ora?
Sì, avevano fatto l’amore alla fine, sì, era rimasta a dormire lì da lui, era ancora lì, nel letto, che respirava piano e ignorava la sua agitazione.
Era stata una bella serata, tutto era andato come aveva stabilito, persino il dolce era perfetto. Sì, ok, tutta la cena – che gli era costata un occhio della testa.
E poi, fortunatamente, era infine riuscito a essere puntuale, nonostante la giornataccia che aveva avuto.
Proprio per un soffio
non era arrivato in ritardo, non se lo sarebbe mai perdonato.
Quel maledetto tossico gli aveva fatto perdere un sacco di tempo, proprio in casa sua doveva venire a schiattare?
Sara non doveva assolutamente venire a sapere della sua doppia vita e quella era la sua serata, la serata in cui fin
alm
ente lei avrebbe ceduto alle sue lusinghe, la serata in cui la mosca sarebbe finita nella tela pazientemente costruita dal ragno in settimane e settimane di uscite e corteggiamenti, non potev
a permettere a un tossico morto di rovinargli tutto.
Un conto è gestire traffici, un conto è farsi. Non aveva mai avuto rispetto per i tossici.
Quel pomeriggio, Schizzo, contravvenendo a tutte le regole che da sempre Francesco aveva imposto, era venuto fino a casa sua perché, dopo essere stato derubato da una banda di gente più cattiva di lui, temeva che Francesco gli avrebbe come minimo tagliato una mano. Solo che prima di andare si era “ricaricato”, per farsi coraggio e, niente, aveva esagerato, e gli era venuto un colpo.
Difficilissimo trovare René e sistemare la faccenda, per fortuna i cocainomani infartuati non puzzano di vomito e schifo come gli eroinomani. L’unico problema era che era successo in pieno giorno, ma questo non era un problema suo, era un problema di René.
Tutto il riposo guadagnato in quella lunga mattinata di sonno che si era concesso era svanito nel pomeriggio.
Affacciato alla finestra ripercorreva tutti i passi della giornata andando indietro nelle ore, perché in cuor suo avrebbe voluto che tutta la sua vita parallela fosse rimasta fuori in quella giornata che doveva essere così speciale. Quel giorno doveva essere il “loro giorno” e basta.
Si era svegliato tardi, cercando appunto di recuperare le energie che voleva dedicare a Sara, aveva fatto un’ottima abbondante colazione e avrebbe trascorso il pomeriggio a sistemare i dettagli, andare dal barbiere eventualmente, comprare un piccolo presente. I fiori non erano un problema, li aveva fatti arrivare direttamente a casa.
Niente, Schizzo aveva rovinato tutto.
Un fruscio alle sue spalle lo distolse dai suoi pensieri, Sara si avvicinò e mordendogli il lobo sinistro gli disse, in un sussurro «Sono davvero felice».
In un istante Schizzo, René, le consegne svanite insieme ai soldi, gli impegni del giorno dopo, evaporarono dal suo cervello lasciando spazio ad una felicità che non aveva mai provato prima.
Mi sveglio. Tardi. Non ho il tempo di fare l’appello tra quello che funziona e quello che non funziona. Non importa, tanto, come sempre ultimamente, sarà mio marito ad accompagnarmi. Se mi accorgerò di stare male potrò sempre prendere la pillola magica, che non sempre serve, ma che solitamente almeno un po’ mi aiuta.
Facciamo colazione, in fretta perché è tardi.
Partiamo.
Arriviamo e… non c’è nessuno. La sala d’aspetto è vuota. Ho conosciuto un po’ di persone in queste sei settimane e ci tenevo a salutarle. Invece non ci sono. Sono molto delusa, non lo nego.
Aspettiamo e arriva la prima coppia. È il marito che è in cura, e la moglie lo accompagna. Sono davvero felice di vederli, ma quello a cui tenevo di più ancora non si vede.
È un signore che avrà una sessantina danni, o forse una cinquantina portati male. Ha i capelli brizzolati a caschetto, il viso tondo, abiti casual gli ricadono addosso sul corpo magrissimo e non tanto alto. Mi saluta sempre, anzi, ci salutiamo sempre. Ha l’espressione molto dolce e un paio di piccoli tatuaggi sulla mano sinistra. Impossibile sapere il suo nome, qui siamo tutti numeri; ed è impossibile conoscere la sua storia perché lui non può parlare: ha il collo sottile come quelli che vengono operati alla gola a causa di tumori. Ha sempre una sciarpetta attorno al collo quando arriva, e se la mette quando deve andare via, ma qui la toglie, non ha senso nascondersi qui, siamo tutti uguali, abbiamo tutti “quel problema”.
Però anche tra di noi ci sono quelli più fortunati e quelli meno fortunati e lo so, io lo so, che la gente davanti alla sofferenza, la morte, le sentenze, non sa come comportarsi, quindi quel signore lì lo salutano ma non lo “coinvolgono”. Certo, c’è poco da coinvolgere: non può parlare, ma c’è modo e modo di salutare, di incontrarsi, di scambiarsi quei pochi attimi di vita in sala d’attesa. E io l’ho sempre coinvolto, perché l’ho sempre salutato come se potesse rispondermi, perché qualche volta gli ho chiesto come andava e, a modo suo, facendo “così così” con la mano, mi ha risposto. Gli ho sempre sorriso col cuore aperto. Lo sentivo simile a me, lo sentivo vicino e in tutte queste sei settimane ho cercato, con un semplice saluto, di farglielo capire.
Mi fanno entrare, ma qualcosa non va nella macchina, deve venire il fisico, quindi mi fanno rivestire, mi fanno riuscire e mi fanno aspettare ancora.
E io esco, mi metto a parlare con la moglie del signore di cui ormai conosco la cartella clinica completa e finalmente arriva! E allora, ecco, non perdo tempo.
– Buongiorno! Quante gliene mancano? – Chiedo
Mi fa il gesto del numero uno con la mano e mi guarda fissa negli occhi, sempre sorridendo.
– Cioè oggi è l’ultima o deve tornare domani?
Mi fa il segno della ripetizione con le due mani.
– Ah be’, ma allora ormai anche lei è in dirittura d’arrivo! Io finisco oggi invece, non ci vediamo più. Come sta andando?
Mi parla, senza voce ma mi parla. Mi indica la schiena e mi dice, afono, “brucia” e accompagna questo mimo con uno sguardo molto triste.
– Eh la pelle! Lo so, può fare così. Lo fa nella schiena? Sono i polmoni?
Annuisce, triste.
Poi lo fanno entrare, fa la terapia, non dura mai molto, quindi esce che io sono ancora lì che aspetto il mio turno, chissà che fine ha fatto il fisico.
Si riveste. Lo guardo.
Si mette la giacca e la sua sciarpina poi si volta verso di noi.
“Auguri” mima con le labbra.
– Tanti auguri a lei! – E gli faccio il sorriso migliore che possa scovare in me.
Mi manda un bacio con la mano e se ne va e in quel momento so che non lo rivedrò mai più.