Cànone Nostro

Vorrei fare una riflessione su una questione che mi assilla da un po’.

Io sono un’editor (oltre a tante altre cose) e nell’evoluzione di questa mia professione ho risucchiato nozioni su nozioni per essere sempre più ferrata in materia, per non lasciare nulla al caso e per essere ben lucida e consapevole di quello che poi vado ad operare sui testi altrui (e anche miei in fase di creazione).

E, forse vi sembrerò ingenua se ora me ne esco con una riflessione che vi sembrerà ovvia, ma mi sono ovviamente resa conto che le varie scuole di scrittura, i suggerimenti, i diktat, sono sempre più o meno quelli. Soprattutto quando provengono dagli autori contemporanei, ma anche già dall’inizio del secolo scorso.

Si inneggia la sintesi, lo show don’t tell, azzerare gli aggettivi, annientare gli avverbi, fobia per i gerundi e per le consecutive. La sintassi deve essere asciutta. Il messaggio deve essere come la freccia di un arco: arrivare al centro dell’anima del lettore e abbatterlo al primo colpo. (Ho riassunto in modo grossolano, ma più o meno la questione è questa).

Ora, io mi ricordo che quando studiavo letteratura alle superiori e all’università, talvolta usciva questa parolina “canone”. La treccani al lemma CANONE ci dice queste cose:

Canone Treccani

Ecco, noi, ora come ora, stiamo seguendo un canone. Un canone che ci arriva dalle elaborazioni e le evoluzioni del secolo scorso. No, non tutti, solo quelli di noi che hanno fatto corsi di scrittura creativa e quelli che si affidano agli editor.

Come la letteratura cavalleresca si omologava al proprio tempo, noi ci omologhiamo al nostro.

E va bene così, la mia non è una critica a ciò che facciamo.

Ma io mi e vi chiedo: dato questo, è possibile decidere scientemente dove vogliamo andare?

Noi stiamo prendendo i canoni che ci sono stati lasciati in eredità (quelli tra noi che conoscono la narrativa del ‘900) e poi? Che ne facciamo? Cosa vogliamo farne? Vogliamo applicarli pedissequamente, bovinamente (e già qui ho usato due avverbi in -mente uno di seguito all’altro) come fossero maglie a taglia unica che deve andare bene a tutti e se ti va bene ok altrimenti scendi dalla giostra?

Non vi lascio con la mia risposta, perché non ce l’ho, vi lascio con delle domande.

Stiamo o non stiamo scrivendo anche noi dei nuovi canoni? Se sì, quali sono? Se no, cosa dobbiamo fare per evolverci? È indispensabile evolversi? Se sì, in che direzione e perché?

Ecco. Queste le mie riflessioni da qualche tempo a questa parte.

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in/certe impronte

By Laura Massera, born in 1971 in Modena, Italy. Degree in Chinese Languages and Civilisations from Ca' Foscari University, Venice, Italy. A freelance editor and language teacher since 2006, she opened her own business called IN/CERTE IMPRONTE (translation: un/certain footprints) this year. Occasionally a writer, she loves literature publishing and everything related to Chinese culture, in particular the game of Wei Qi (aka Go) and northern Chinese cuisine.

6 pensieri riguardo “Cànone Nostro”

  1. Bella domanda! Io temo quando le regole generano una moda che rafforza le regole in un circuito chiuso. Capita in diversi settori e argomenti e di solito ad un certo punto esplodono. E solo chi è flessibile sopravvive: immagino quante vesti latine si sono strappate quando Alighieri tirò fuori la sua commedia, divina per argomento e plebea come linguaggio…

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  2. Pensa che shock per i contemporanei!
    Il mondo sta prendendo una piega che non mi piace e credo che sia indispensabile che gli intellettuali e gli artisti si uniscano e decidano da che parte andare.
    Se no, cosa sono artisti e intellettuali a fare? No?

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    1. Su Facebook ho trovato un gruppo di scienziati che vuole fondare un partito con l’idea che l’unica vera guida per prendere decisioni politiche debba essere l’evidenza scientifica.
      Che detta così mi sembrerebbe anche una buona idea. Poi mi è sovvenuto un ricordo: non era quello che sostenevano anche i nazisti per giustificare le epurazioni?
      Scusa per la deviazione dal focus, ma quando sento parlare di comunità scientifica ho sempre una reazione ambivalente.

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      1. Ahah Io citavo gli scienziati come comunità, ma ce ne saranno anche di amorali, indipendenti, gelosi e selfish. Come gli intellettuali 🙂

        Sull’innovazione una cosa: nell’ultimo secolo è accaduto spesso che gruppi diversi siano arrivati alle stesse conclusioni, come se l’idea non fosse dominio del singolo, ma parto della comunità. Ecco cosa mi piacerebbe vedere anche nella letteratura 🙂

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  3. Di questa cosa ho sentito parlare, ed è qualcosa che conferma la mia teoria sul fatto che l’energia degli esseri umani, tutti insieme, potrebbe essere usata per scopi collettivi (costruttivi magari).
    Io credo molto al grande valore di questo fenomeno, e auspico che ci si evolva in meglio.
    Nel frattempo noi dobbiamo fare del nostro meglio nei nostri ambiti di competenza, ovvero, per quanto mi riguarda, le traduzioni, la mediazione linguistica e culturale, la letteratura, l’editing.
    E chiudo il cerchio tornando a bomba: dove stiamo andando noi scrittori e operatori della narrativa?

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