ORACOLI
Loro ti aspettano in una baracca di latta. Il biglietto per lo spettacolo va prenotato con un certo anticipo, fissando giorno e ora. Puoi prenotare uno, due o dieci biglietti ma sarai comunque solo quando entrerai. L’uomo sta davanti ad una tenda nera, con un orologio in mano, ti farà entrare solo cinque minuti dopo chi ti ha preceduto.
Giunto il tuo turno, con un gesto cortese, l’uomo t’indicherà la direzione, nient’altro.
Scosterai il pesante tendaggio nero e un mondo certamente inaspettato ti accoglierà.

Il cortile è immenso, nel buio della notte scorgi alberi al perimetro, l’unica luce disponibile è quella di un fuoco posto a lato del cortile. Ti avvicini e nella penombra una zingara che ti fa cenno di accomodarti, di sederti sul ceppo dall’altra parte del fuoco, di fronte a lei. Ti spiega che stai per intraprendere un percorso e che devi avere una domanda, una domanda importante e personale che lei non vuole conoscere. La tua domanda ti accompagnerà lungo tutto il percorso. Importa solo che tu sappia bene ciò che desideri sapere.
Ti lascerà il giusto tempo per riflettere e quando sarai pronto ti accompagnerà in una stanzetta, ti chiederà le scarpe, e ti dirà di restare lì ad attendere. Chiuderà la porta e tu capirai di non poter più tornare indietro.
Nella stanzetta c’è un lettino piccolo, un armadio pieno di abiti, il soffitto è basso e le pareti tutte chiare. Sembra la stanza di una fatina. C’è luce ma è soffusa, uniforme e non si capisce da dove viene, è calda. Il ticchettio di una sveglia ti raggiunge nel silenzio ma non c’è modo di capirne la provenienza, non c’è nessuna sveglia nella stanza, ci sono solo vestiti, vestiti appesi ovunque, l’armadio aperto sembra una raggiera di vesti che si estendono nel piccolo spazio circostante.
D’improvviso, dall’armadio si spande il suono di un carillon, ma tutto sembra uguale a prima e il carillon non c’è.
Fissi l’armadio per capire cosa succede e vedi che gli abiti cominciano a ondeggiare. Aspetti, capisci che non è casuale, sta per succedere qualcosa… succede qualcosa, proprio a te. Appare una mano tra i panni appesi, la mano, solo la mano, ti invita, tu la tocchi ma non hai ancora abbastanza coraggio per decidere di seguirla, è tutto strano e straniante, ma poi ti accorgi che sta arrivando qualcuno, che la zingara forse sta venendo a prenderti e capisci che è la tua ultima possibilità, o ci stai o torni indietro. È un attimo, un momento d’eccitazione, di paura, decidi e rischi, afferri la mano che ti chiama e ti trovi avvolto ovunque dai vestiti, vestiti di tutti i tipi, appesi ovunque, non vedi dove sei, ci sono troppi vestiti e devi scansarli, devi farti largo. La mano è sparita insieme al suo proprietario che ancora non hai mai visto, procedi con calma guardandoti attorno, spostando gonne, pantaloni, abiti lunghissimi… poi un’ombra corre tagliandoti la strada, eccolo, è lui! Ma corre tra le grucce sovraccariche, cerchi di afferrarlo ma lui corre, si ferma un attimo, ti guarda e scappa di nuovo, sembrerebbe un arabo, per lo meno è abbigliato come tale, ha il volto scuro ma dolce, vorresti parlargli ma quando stai quasi per prenderlo sei già vicina ad un altro tendone nero, qualcuno ti afferra, troppo in fretta perché tu possa capire cosa succede.
Uno specchio sotto gli occhi, messo in modo che tu non riesca più a vedere il pavimento, il tuo mondo ora è rovesciato. Quel che vedi non sta sotto i tuoi piedi, sta sopra, lo sai, eppure non riesci a controllare la tua paura, sembra di camminare nel vuoto. Un vuoto poco profondo, come se ti trovassi in barca sopra un mare limpidissimo, i piedi che si muovono sono i tuoi, ma non sai esattamente dove ti portano, stai guardando nell’azzurro di quell’acqua limpida, ti godi il panorama lì giù in “basso”. Qualcuno ti tiene per le spalle guidando il tuo passo incerto perché sa che presto potresti avere davvero bisogno; dopo pochi passi, infatti, il vuoto profondo aumenta di colpo, ti trovi sull’orlo di un baratro e infondo a quell’azzurro vedrai un uomo che cade, o annega, è come un gradino, dopo quel gradino potresti precipitare insieme a lui. Ti fai forza, ti convinci che non è vero, che quello che vedi è sopra, non è sotto, i tuoi piedi sono al sicuro, non c’è niente, non succederà nulla ma stai fermo, atterrito, avanzi di pochi millimetri per volta finché hai la certezza assoluta che non precipiterai. E se quel passo lo fai è un miracolo, perché capisci che stai camminando nel vuoto e che anche se non precipiti quel vuoto è più vuoto che mai ed è tutto tuo, vero più che mai, puoi farne quello che vuoi.
Alla fine di questa magia percorri un corridoio fatto di tendoni scuri, fino a che incontri una maga seduta davanti a un altare che davanti alla luce di un candelabro mischia delle carte. Ti fa cenno di sederti e di scegliere una carta, non la vedi, le carte sono coperte, sarà lei a scoprire la carta che scegli e ti racconterà una storia, o forse due, quello è il tuo Oracolo.
Il mio è la Papessa, ci ha messo un cordoncino e me lo ha appeso al collo chiedendomi di averne cura fino alla fine del mio viaggio, annunciandomi che forse l’avrei prima o poi smarrita ma di non preoccuparmi perché l’avrei certo ritrovata in un giardino, un giardino speciale. Ha aperto una tenda e mi ha indicato la mia strada.
Ho fatto pochi passi in un corridoio immerso nella penombra finché mi sono ritrovata in una stanza che conteneva scrigni, piccoli tesori, forse la tana di un folletto, fuori poteva esserci un bosco; lì ho trovato un baule dove infatti un folletto dormiva, mi sono avvicinata, non c’era molta luce, lui poi si è svegliato e mi ha pregata di sedermi vicino al suo baule. Ha preso le mie mani, ha giocato un po’ con le mie dita, i miei palmi, guardandoli attentamente, poi ha depositato sul palmo della mano destra un seme, dicendo che quel seme era la mia domanda e di custodirla. Ha guardato la carta che avevo al collo ed è uscito dal baule. Con una chiave ha aperto uno scrigno dal quale ha estratto un libro fatto di foglie secche nel quale c’era una pagina con l’immagine della Papessa, nella pagina successiva c’era una chiave che mi ha consegnato dicendomi di conservarla che mi sarebbe servita più avanti.
Anche lui mi ha indicato la via da seguire poi si è rimesso a dormire nel baule.
Il corridoio che ho seguito dopo questo incontro era lungo, fatto di scale e curve, salite e discese, sempre tra il buio e la penombra, percepivo profumi, suoni, tutto era ovattato. Volevo andare con calma, non volevo che finisse troppo presto, però ero anche molto curiosa di sapere cosa mi sarebbe successo dopo e di cose me ne sono successe! Talmente tante, talmente forti, che i ricordi si sovrappongono, si confondono e si sostituiscono. Alcuni eventi hanno una successione chiara, necessaria, altri svaniscono o risultano inspiegabili. Perciò non ricordo cosa accadde dopo aver incontrato il folletto o chi vidi, so però che il seme, il mio quesito non lo tenni in mano a lungo, perché incontrai uno strano essere tutto gioioso che sembrava uscito da Alice nel paese delle Meraviglie, aveva un cilindro rosso in testa e uno strano abbigliamento, sembrava finto ma era vero, uscito da una pagina di fiaba; nella stanza c’erano tanti vasetti per piante, ma erano piccolissimi, in alcuni c’era la terra, altri erano ancora vuoti. Mi fece capire a gesti che dovevo sceglierne uno, poi mi prese una mano e la immerse in un baule di legno dove teneva della terra e mi fece piantare il seme. Soddisfatto e felice della mia scelta mi indicò la strada per proseguire.
Credo che camminai molto, spostai molte tende e andai a finire in una stanza tutta bianca piena di veli bianchi appesi dove mi apparve una donna vestita di bianco, l’abito importante, ricamato, bello, era Lei, la Papessa, la mia carta, ero io; si fece inseguire un po’ tra i tendaggi lunari e quando la raggiunsi mi fece vedere la biglia che teneva in mano, la inseguii ancora un po’ finché si decise a darmela ma poi la rivolle quasi subito, la infilò in un buco nella parete e mi chiese di seguire il percorso della biglia ascoltandone il rumore attraverso la parete. Quasi nessuno parlava con me, non era necessario, tutti i sensi erano talmente protesi che la necessità della parola era quasi completamente svanita.
Inseguii la biglia fino alla Stanza della Biglia, c’erano percorsi d’acqua metallo e legno, c’era una enorme spirale di ferro dove la biglia correva e correva, correva senza fermarsi o rallentare. Alla fine la ripresi e la tenni nella stessa mano dove avevo la chiave, ero certa che ormai tutto avrebbe avuto un seguito e un senso.
Trovai una donna seduta con un piccolissimo tavolo pieno di minuscoli oggetti che riordinava continuamente. Tra questi una bilancina da droghiere e fui invitata a scegliere due oggetti che potessero stare in equilibrio, era la signora Temperanza, che riprese la biglia e la infilò in un buco, e prima di lasciarmi andare mi fece innaffiare un vasetto pieno di terra, dicendomi che dovevo dare da bere alla mia domanda.
Fu poi la volta del Bagatto, il Bagatto mi fece giocare molto, con le mani, e con le luci impressionò la mia immagine su un cerchio enorme che poi fece girare e fummo felici di scoprire che la mia immagine ricadde quasi dritta.
Trovai un deserto lunare fatto di sabbie colorate, azzurre e arancioni con un cumulo di pietre al centro su cui gocciolava acqua dall’alto; trovai una barbona indiana che dormiva a terra e mi fece chiudere gli occhi e giocare con la sabbia prendendomi le mani, con una ciotola in bronzo creò un suono da fumatore d’oppio, poi si rimise a dormire dimenticandosi di me. Riaprii gli occhi e continuai a camminare. Arrivai, dopo alcune scale, ad un corridoio più buio di quelli percorsi fino a quel momento.
Al fondo di questo corridoio stava una stanza dalla quale si poteva udire della musica, era un vecchio giradischi che spandeva musica anni Venti, pensai che dovevo raggiungere questa stanza, non sempre era facile capire quale fosse il percorso esatto, era sempre più buio… ma, insomma, l’invito, in questo caso era chiaro… ma c’erano delle ombre lungo il corridoio cupo. Ombre immobili, uno aveva un cilindro; ma non facevano nulla, allora pensai che se dovevo incontrarle le avrei certamente incontrate dopo, volevo prima vedere la stanza. Andai e appena fui dentro la porta si richiuse violentemente alle mie spalle, mi voltai di scatto e lo vidi, era un uomo in frac, aveva un cilindro nero in testa, era alto e bello, biondo e riccio, aveva lo sguardo malizioso di chi sa di averti preso in trappola. Mi fece notare i grappoli d’uva appesi ad un lato della stanza e mi invitò a servirmi. Stavo per prenderne uno ma mi convinse che ce ne erano dei migliori, ne scelsi uno buono e stavo per mangiarlo quando mi fermò e mi fece sedere davanti ad un alto tavolino, lui mi si sedette di fronte e mi istigò a giocare. Lo sguardo vagava tra il malizioso e il persuasivo, come un bravo venditore, come un provetto seduttore.
Eliminò il telo bianco che copriva il tavolino e mi chiese, sempre a gesti, di sollevare le maniche del vestito, credevo volesse sfidarmi a braccio di ferro. Gli porsi la mano ma sorridendo nel solito seduttivo modo mi fece capire che dovevo tenere il chicco d’uva nella mano che gli porgevo.
Accostò la sua mano alla mia, prima delicatamente per poi iniziare a stringere. Stringeva sempre di più, fino a quando il chicco d’uva si spappolò e cominciammo una specie di danza con le mani tutte bagnate del succo dell’acino spiaccicato. Mi guardava dritto negli occhi. Era uno sguardo preciso, era una sfida emotiva, voleva vedere fino a che punto avrei accettato il gioco e contemporaneamente farmi capire che ormai ero comunque in trappola. Le mani, le dita, si contorcevano attorno alle mie mani, alle mie dita come fossero baci, tra i più passionali, ero imbarazzata, soprattutto dal fatto che mi piaceva e mi sentivo impotente e in sua completa balìa.
Quando pezzetto dopo pezzetto, goccia dopo goccia, non rimase proprio più nulla del chicco d’uva, mi invitò a guardare al centro di questo strano tavolino: non era un tavolino era un parallelepipedo vuoto e infondo a terra si potevano vedere i resti di altre decine e decine di chicchi d’uva. Come ci si rimane? Sai che non sei più il solo ad essere caduto nel malizioso gioco, e questo è triste ma anche divertente: capisci che quello è davvero il Diavolo, chi altro mai? E che, è evidente, non se la fa solo con te.
Mi ha fatta alzare e con un gesto rapido da seduttore mi ha afferrata per le spalle premendo il suo corpo dietro al mio, col suo fiato tra i capelli e la mano libera ha guardato la mia carta, e mentre pensavo che ero fatta, adesso mi avrebbe baciata, perché sì, era uno spettacolo, ma fino a che punto si può arrivare?
Altrettanto velocemente mi spalanca una porta diversa da quella da cui sono entrata e mi trovo davanti la figura del Diavolo… Lo sapevo, non poteva essere che così.
C’è una bacinella con acqua calda, mi lavo le mani e percorro un corridoio pieno di corde di tutte le misure, le scanso perché intralciano il cammino, da lontano vedo una costruzione in legno, tipo piramide con la punta tronca, la luce come sempre non è mai sufficiente. Prima di arrivare in questo spazio vedo subito la carta dell’Appeso. Bene, so cosa mi spetta.
Ecco, lo spazio si slarga e scorgo la figura di un bruto. Un tipo basso, tarchiato con capelli cortissimi e barba incolta che più che ricoprire il viso lo invade, è corrucciato e sembra fare calcoli strani scrivendo su una parete. Mi vede, mi squadra, ho un po’ paura, ha la faccia da psicopatico, mi guarda storto, non so cosa farà.
Decide che può usarmi in qualche modo, mi piglia e mi piazza con la schiena contro al muro, sono irrequieta, mi sento davvero in trappola, ma aspetto (del resto, che posso fare?). Prende una corda e sembra prendermi delle misure ma lo fa appoggiando il suo enorme pancione contro il mio corpo. Non so cosa fare, sono tra la paura e il divertimento, fa passare la corda intorno ai fianchi, poi misura il mio viso, bloccando la cordella ad ogni curva con un dito, dopo la fronte prima del naso, tra il naso e il labbro superiore, nella conca del mento, sotto il mento e scende, misura la lunghezza del mio torace… Quando si fermerà? Si ferma lì.
Si stacca da me e mi prende per mano. Ci avviciniamo alla struttura di legno e vedo che dall’alto scende una corda con un sasso legato al fondo il quale appoggia ad una tavola di legno trasversale a metà altezza rispetto all’intera struttura. Lega le cordelle con le “mie misure” al capo della corda che tiene il sasso e comincia a sollevarlo. Mi spiega a gesti che devo legare l’altra cima dal lato opposto della struttura tronca in modo che passi parallelamente sopra l’asse dove si trovava il sasso prima che venga alzato poi prende una candela, la accende e la piazza sull’asse sotto la cordella. Velocemente mi prende per mano, dolcemente per allontanarmi mentre io a questo punto rido, anche lui ride, ride del mio divertimento e, questa volta ne ho la certezza, per la prima volta a qualcuno cade la maschera. Forse che ci si mettesse a ridere non era previsto, ridiamo insieme allontanandoci mentre lui parla e mi dice “dai, vieni via”. Mi abbraccia mentre la cordella brucia facendo cadere il sasso che spegne la candela, e ridiamo sempre di più. E adesso devo proseguire ma non vorrei, vorrei che venisse con me, perché adesso gli voglio bene e non voglio andare più via.
Ma lui mi fa strada…
È la volta del grano. C’è una stanzetta bassissima, per entrare ci si deve piegare, soffitto e pareti sono di teli bianchi che fanno curve morbide, il pavimento non si vede, è ricoperto di grano, tantissimo grano, ci sono almeno venti centimetri di chicchi di grano. La ragazza che siede lì dentro mi fa sedere, fa scendere una pioggerella di grano sulla mia testa poi si rotola nel grano incitandomi a imitarla, c’è un momento di euforia, ci lanciamo il grano, ci sdraiamo, ci rotoliamo, ci piacciamo. Mi fa dono di una manciata di grano, scopre sotto lo strato di grano l’immagine delle Stelle, credo, e mi fa uscire da un buchetto stretto.
Dall’altra parte c’è un uomo anziano vestito di bianco che mi accoglie e mi fa sedere, mi chiude gli occhi e con uno strano strumento crea un suono alle mie spalle, che dopo un po’ sembra penetrare in tutto il mio corpo. Mi rilasso, tanto da dimenticarmi del posto, dimenticando tutto, persino chi sono. Ovviamente poi smette, guarda il mio ciondolo, mi chiede cosa significa, gli dico che è il simbolo zodiacale dei Pesci e mi sorride. Mi fa mettere il grano nella macina e mi illustra il processo di creazione della farina, la raccoglie e la pone nelle mie mani e indicandomi ancora la direzione in cui proseguire.
A questo punto accade la cosa più incredibile del viaggio.
Sono in un corridoio scuro e infondo all’altezza del viso c’è un riquadro, sembra una specie di piccolo teatrino dei pupi, dentro mi pare ci sia una ballerina, è troppo buio per averne certezza, il teatrino è illuminato di rosso. Apparentemente non ci sono altre uscite così mi avvicino per guardare lo il piccolo spettacolo dentro al piccolo riquadro, ma subito la luce si spegne. Rimango lì al buio come una scema e subito due mani afferrano le mie caviglie. Mi chino e quelle stesse mani incontrano le mie ancora piene di farina, le mani, quelle non mie, trascinano le mie in una fessura rasoterra e cominciano ad accarezzarle. Le uniche parole che possono descrivere ciò che è accaduto è dire che ho fatto l’amore con le mani. Le mani, quelle mani, hanno fatto fremere tutto il mio corpo, mani, farina e sensualità, sembrava non finire mai, e credo di essermi innamorata. Volevo piangere, volevo vederlo, conoscerlo, toccare, non solo le sue mani ma tutto il suo corpo.
Volevo andare oltre.
Sono andata oltre.
L’ho amato e lo amo ancora. Abbiamo curato la farina e abbiamo impastato e nella pasta quelle mani, le nostre mani, tutte le mani, affondavano senza più distinguere quali fossero le mie e quali fossero le sue.
Mi ha regalato un po’ di pasta, frutto di quell’amore, e a quel punto il tendone nero alla mia sinistra si è aperto. L’ho lasciato a malincuore e ho proseguito. Subito dopo ho depositato la mia pasta dove mi è stato richiesto e sono andata ancora avanti. Altre cose sono successe, ho perso la mia carta e l’ho ritrovata in un giardino davvero speciale, come mi avevano detto; mi sono smarrita e mi sono ritrovata, ho incontrato il Sole e la Morte e alla fine ho usato la mia chiave per uscire. Mi sono ritrovata in una specie di cucina medievale dove ho bevuto tè e ho mangiato il pane che avevo fatto “con tanto amore”.
Una volta uscita ho trovato le mie scarpe ma non me stessa. Ci ho messo un po’ per accettare che tutto fosse finito. E tuttora cerco di capire e ritrovare i segni che ha lasciato nel mio animo.
Non aggiungo altro. Lascio odori, suoni, profumi, esperienze tattili, emotive, immaginazione e tutto quello che non ricordo o che ricordo confusamente alla fantasia di chi legge questi appunti, perché quel che manca si può trovare solo lì.
Con tutto l’amore che ho trovato in Oracoli.
autunno 1997
